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La risurrezione del discepolo inizia da una misericordia fedele e paziente

Omelia di Papa Francesco alla messa per la seconda domenica di Pasqua o della Divina Misericordia.

«La risurrezione del discepolo inizia […] dalla scoperta che Dio non si stanca di tenderci la mano per rialzarci dalle nostre cadute. Egli vuole che lo vediamo così: non come un padrone con cui dobbiamo regolare i conti, ma come il nostro Papà che ci rialza sempre. Nella vita andiamo avanti a tentoni, come un bambino che inizia a camminare, ma cade; pochi passi e cade ancora; cade e ricade, e ogni volta il papà lo rialza. La mano che ci rialza sempre è la misericordia: Dio sa che senza misericordia restiamo a terra, che per camminare abbiamo bisogno di essere rimessi in piedi. E tu puoi obiettare: “Ma io non smetto mai di cadere!”. Il Signore lo sa ed è sempre pronto a risollevarti. Egli non vuole che ripensiamo continuamente alle nostre cadute, ma che guardiamo a Lui, che nelle cadute vede dei figli da rialzare, nelle miserie vede dei figli da amare con misericordia.»

Nell’omelia della messa di ieri per la seconda domenica di Pasqua o della Divina Misericordia, Papa Francesco ha spiegato il significato del ritorno di Gesù dopo la Resurrezione e l’incontro con i discepoli smarriti e impauriti: il Signore ricomincia da capo. Nel vedere le ferite, Tommaso tocca con mano la vicinanza tenera di Dio, che non fa prediche. Quando la sua umanità fragile e ferita entra in quella di Gesù, si dissolvono i dubbi e si ricomincia ad accettare sé stessi e amare la propria vita.

«Nella prova che stiamo attraversando, anche noi, come Tommaso, con i nostri timori e i nostri dubbi, ci siamo ritrovati fragili. Abbiamo bisogno del Signore, che vede in noi, al di là delle nostre fragilità, una bellezza insopprimibile. Con Lui ci riscopriamo preziosi nelle nostre fragilità. Scopriamo di essere come dei bellissimi cristalli, fragili e preziosi al tempo stesso. E se, come il cristallo, siamo trasparenti di fronte a Lui, la sua luce, la luce della misericordia, brilla in noi e, attraverso di noi, nel mondo.»

Papa Francesco fa quindi un riferimento all’attuale pandemia, che rischia, nella lenta e faticosa ripresa verso la normalità, di far dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente, che si basa sull’idea che la vita migliora se va meglio a me. Ma così facendo si arriva a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull’altare del progresso.

«Questa pandemia ci ricorda […] che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità! Impariamo dalla comunità cristiana delle origini, descritta nel libro degli Atti degli Apostoli. Aveva ricevuto misericordia e viveva con misericordia: «Tutti i credenti avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,44-45). Non è ideologia, è cristianesimo. […] Oggi l’amore disarmato e disarmante di Gesù risuscita il cuore del discepolo. Anche noi, come l’apostolo Tommaso, accogliamo la misericordia, salvezza del mondo. E usiamo misericordia a chi è più debole: solo così ricostruiremo un mondo nuovo.»

Clicca qui per leggere il testo completo dell’omelia

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