Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Il cristiano appartiene a una famiglia più grande di quella generata dai legami di sangue e cultura

Le parole di Papa Francesco nei discorsi e nelle omelie pronunciate durante il viaggio apostolico in Thailandia.

In questi giorni, Papa Francesco sta compiendo il viaggio apostolico in Thailandia, dove è arrivato mercoledì. All’inizio della mattina successiva, ha incontrato le autorità del Paese e rappresentanti della società civile presso la Government House di Bangkok, la capitale. Il pontefice ha apprezzato come la nazione sia multiculturale, multietnica e multireligiosa e sottolineato le caratteristiche di ospitalità e accoglienza del popolo thailandese. Successivamente, si è recato in visita al patriarca supremo dei buddisti al Wat Ratchabophit Sathit Maha Simaram Temple, al quale ha rivolto parole fraterne.

«Quando abbiamo l’opportunità di riconoscerci e di apprezzarci, anche nelle nostre differenze, offriamo al mondo una parola di speranza capace di incoraggiare e sostenere quanti si trovano sempre maggiormente danneggiati dalla divisione. […] Grazie agli scambi accademici, che permettono una maggiore comprensione reciproca, come pure all’esercizio della contemplazione, della misericordia e del discernimento – tanto comuni alle nostre tradizioni –, potremo credere in uno stile di buona vicinanza e crescere in esso. Potremo promuovere tra i fedeli delle nostre religioni lo sviluppo di nuovi progetti di carità, capaci di generare e incrementare iniziative concrete sulla via della fraternità, specialmente con i più poveri, e riguardo alla nostra tanto maltrattata casa comune. In questo modo contribuiremo alla formazione di una cultura di compassione, di fraternità e di incontro, tanto qui come in altre parti del mondo.»

Leggi qui il testo completo del discorso

La fine della mattinata si è conclusa con degli incontri con il personale medico e sanitario, i malati e le persone disabili al St. Louis Hospital. Papa Francesco ha ricordato che è proprio nell’esercizio della carità che noi cristiani siamo chiamati non solo a manifestare che siamo discepoli missionari, ma anche a verificare la fedeltà della nostra sequela. Nel pomeriggio, dopo la visita privata al re Maha Vajiralongkorn Rama X all’Amphorn Royal Palace, il pontefice ha celebrato la messa nello Stadio Nazionale di Bangkok, 350 anni dopo la creazione del Vicariato Apostolico del Siam (1669-2019).

«È sorprendente notare come il Vangelo sia intessuto di domande che cercano di mettere in crisi, di scuotere e di invitare i discepoli a mettersi in cammino, per scoprire quella verità capace di dare e di generare vita; domande che cercano di aprire il cuore e l’orizzonte all’incontro con una novità molto più bella di quanto si possa immaginare. Le domande del Maestro vogliono sempre rinnovare la nostra vita e quella della nostra comunità con una gioia senza pari. […] Il discepolo missionario non è un mercenario della fede né un procacciatore di proseliti, ma un mendicante che riconosce che gli mancano i fratelli, le sorelle e le madri, con cui celebrare e festeggiare il dono irrevocabile della riconciliazione che Gesù dona a tutti noi: il banchetto è pronto, uscite a cercare tutti quelli che incontrate per la strada.»

Leggi qui il testo completo dell’omelia

Venerdì mattina, il Papa ha incontrato i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e i catechisti presso la parrocchia di San Pietro, ai quali chiede di domandarsi: come coltivare la fecondità apostolica? Nella risposta, da ricercare nel proprio cuore, non si deve aver paura di voler inculturare il Vangelo sempre di più, dandogli un volto riconoscibile dal popolo a cui viene annunciato.

«Ridestare alla bellezza, ridestare alla meraviglia, allo stupore capace di aprire nuovi orizzonti e di suscitare nuovi interrogativi. Una vita consacrata che non è in grado di aprirsi alla sorpresa è una vita che è rimasta a metà strada. […] Il Signore non ci ha chiamati per mandarci nel mondo a imporre obblighi alle persone, o carichi più pesanti di quelli che già hanno, e sono molti, ma a condividere una gioia, un orizzonte bello, nuovo e sorprendente.»

Leggi qui il testo completo del discorso

Successivamente, nel Santuario del Beato Nicolas Bunkerd Kitbamrung Papa Francesco si è intrattenuto con i vescovi thailandesi, ai quali ha ricordato che le strutture e le mentalità ecclesiali possono arrivare a condizionare negativamente un dinamismo evangelizzatore. Invece, le buone strutture servono quando c’è una Chiesa che non ha paura di scendere in strada e confrontarsi con la vita delle persone che le sono state affidate, ricordandosi sempre che si deve essere parte del popolo. Nel pomeriggio, il pontefice ha incontrato i leader cristiani e di altre religioni alla Chulalongkorn University.

«Sono finiti i tempi in cui la logica dell’insularità poteva predominare come concezione del tempo e dello spazio e imporsi come strumento valido per la risoluzione dei conflitti. Oggi è tempo di immaginare, con coraggio, la logica dell’incontro e del dialogo vicendevole come via, la collaborazione comune come condotta e la conoscenza reciproca come metodo e criterio; e, in questa maniera, offrire un nuovo paradigma per la risoluzione dei conflitti, contribuire all’intesa tra le persone e alla salvaguardia del creato. […] Le grandi tradizioni religiose del mondo danno testimonianza di un patrimonio spirituale, trascendente e ampiamente condiviso, che può offrire solidi contributi in tal senso, se siamo capaci di arrischiarci ad incontrarci senza paura.»

Leggi qui il testo completo del discorso

Il venerdì, e gli appuntamenti del viaggio apostolico in Thailandia, si è concluso con la messa con i giovani nella Cattedrale dell’Assunzione. Papa Francesco li ha esortati a dare il benvenuto a Cristo con immensa gioia e a mettersi in cammino per portare avanti la sua missione, tenendo acceso quel fuoco dell’amore che le ragazze della parabola del giorno non erano riuscite a mantenere acceso.

«Perché il fuoco dello Spirito Santo non si spenga, e voi possiate mantenere vivo lo sguardo e il cuore, è necessario essere radicati nella fede dei nostri anziani: padri, nonni, maestri. Non per restare prigionieri del passato, ma per imparare ad avere quel coraggio che può aiutarci a rispondere alle nuove situazioni storiche. […] Senza questo forte senso di radicamento, possiamo restare sconcertati dalle voci di questo mondo, che si contendono la nostra attenzione. Molte di quelle sono allettanti, proposte ben truccate, che all’inizio sembrano belle e intense, ma con il tempo finiscono per lasciare solo il vuoto, la stanchezza, la solitudine e la svogliatezza e vanno spegnendo quella scintilla di vita che il Signore ha acceso un giorno in ognuno di noi. […] Radicati in Cristo, guardate con gioia e guardate con fiducia. Questa condizione nasce dal sapersi desiderati, incontrati e amati infinitamente dal Signore.»

Leggi qui il testo completo dell’omelia

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print