Pasqua di Risurrezione

Anno A

Letture: At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 oppure 1Cor 5,6b-8; Gv 20,1-9

Quando si soffre non si riesce a dormire: ci si rigira nel letto e davanti agli occhi scorrono le immagini che non avremmo mai voluto vedere, le grida, le lacrime, gli ultimi respiri di chi abbiamo amato. Maria non poteva più restare in casa: dopo aver preparato i profumi per quel corpo ormai senza vita, se ne esce chiudendo piano la porta, per non svegliare gli altri. Esce che è ancora buio, ancora notte, per stare un po’ più vicina al suo Gesù.

Non c’è ancora luce, tutto è immerso nel silenzio e nel sonno, si sente solo il rumore dei suoi passi, veloci, come se stesse andando ad un appuntamento. Tra le mani stringe un vasetto con il profumo per regalare ancora carezze, per provare a cancellare la morte maleodorante. Cosa ne sa lei di quel che è successo? Come può mai immaginare quel che, in un punto imprecisato di quella stessa notte, è avvenuto? Il suo cuore batte forte, per il dolore, per quella pena del “mai più” che la morte incide nella carne di chi resta.

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Don Luigi Verdi

 

Il mattino di Pasqua, nel Vangelo di Giovanni, non si apre con un annuncio trionfale, ma con un passo esitante, un andare nel buio che ancora abita il cuore dei discepoli, anche quando l’alba ha già cominciato a vincere la notte.

Maria di Magdala si reca al sepolcro «quando era ancora buio». Questa semplice nota temporale non è soltanto cronologica: racconta una condizione interiore. La luce nuova della creazione è iniziata, eppure lo sguardo umano fatica ancora a riconoscerla. La Risurrezione è già realtà, ma il cuore degli uomini non la percepisce subito. La pietra ribaltata, primo segno di una realtà sconvolta, non genera immediatamente la fede, ma provoca un’interpretazione dolorosamente razionale: il corpo è stato portato via, il Signore sottratto anche alla memoria. Da questo fraintendimento nasce una corsa, una tensione che attraversa l’intero racconto e ne scandisce il ritmo. Corrono Maria, Pietro e il discepolo che Gesù amava, come se i loro cuori avessero intuito che lì, in quel sepolcro vuoto, si giocava qualcosa di decisivo, pur senza poter ancora dire cosa.

Giovanni descrive questa corsa con rara finezza narrativa, mostrando due modi diversi di confrontarsi con il mistero: l’impeto dell’amore, che arriva per primo e si arresta sulla soglia, e l’autorità della riflessione, che giunge dopo, entra, osserva, cerca di comprendere.

Dentro il sepolcro non c’è il corpo, ma non c’è neppure il disordine di un furto. Le tele giacciono ordinatamente, il sudario è ancora avvolto nello stesso luogo. È una scena silenziosa, immobile, sospesa, e proprio per questo eloquente, come se parlasse al cuore più che agli occhi.

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Don Gianni Carozza

È così bello pensare che l’inaudito è raccontato con i verbi semplici del mattino. Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno, quel giorno.

Il giorno che precedette la Pasqua fu un sabato diverso da tutti gli altri. Le donne di Galilea in segreto preparavano aromi, ma era buio nel cuore. Anche la Madre attendeva in silenzio, addolorata, forte, fedele.

È il sabato del silenzio di Dio. Per ogni credente, seduto in faccia al sepolcro.

Maria di Magdala esce di casa quando è ancora notte. Non ha niente tra le mani, porta solo la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni.

Si reca al sepolcro perché si ribella all’assenza di Gesù. E vide che la pietra era stata tolta: il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell’alba!

Gli evangelisti non sapevano come dirlo, non avevano parole, e allora le hanno prese in prestito dalle nostre piccole resurrezioni quotidiane, con i verbi alzarsi e svegliarsi. Ed è così bello pensare che Pasqua, l’inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino.

Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno è quel giorno, dopo la notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile, dove geme e piange un pugno di uomini e donne totalmente disorientati.

Notte della Risurrezione in cui la carne indossa una tunica di luce. Il primo segno di Pasqua è così semplice, solo una assenza. Manca un corpo. È poco, è confuso, ma basta a mettere in moto la storia.

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p Ermes Ronchi