Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

A Pasqua il tempo sembra fermarsi, ma non si deve uscire dalla storia di oggi

Guardare a un Dio che muore e risorge per confrontarci con il senso della fede e il nostro presente.

“Che cosa ha da dire all’uomo contemporaneo un Dio che muore e risorge? Che cosa ha dire a me, alla mia vita? Oggi possiamo darci tante risposte senza ricorrere a Dio, molte di più rispetto al passato. […] Un Dio che arriva nei limiti delle nostre conoscenze è un Dio che avrà sempre meno spazi, un Dio in continua ritirata, di cui tra non molto tempo potremmo non avvertire alcun bisogno. E non basta farvi appello nei momenti ultimi della vita, farlo entrare nelle nostre insoddisfazioni.”

Se lo domanda suor Alessandra Smerilli su Avvenire, pensando al nostro tempo, inquietante e meraviglioso, fatto di cambiamenti veloci, di innovazioni che trasformano i ritmi e i tempi del lavoro umano, di scoperte scientifiche che sembrano darci le chiavi della vita e della morte. Ma in questo stato vertiginoso, il Triduo Pasquale e le sue celebrazioni sembrano far fermare il tempo, costringendoci a confrontarci con il senso della fede cristiana: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1 Cor 15,17).

“Ce lo ricorda Etty Hillesum quando, entrando nella sofferenza e interrogandosi su di essa, ha un’intuizione: «Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio». Partecipare all’impotenza e alla mitezza, svelata dalla croce, di un Dio sofferente in un mondo che crede di poterne fare a meno è condividere la sofferenza di Dio ed entrare nel mistero della risurrezione. Avere, cioè, occhi che sanno riconoscere cose nuove che proprio ora stanno germogliando (Is 43,19).”

Ma se il tempo si ferma, la Pasqua di oggi non esce dalla storia. Goffredo Boselli del Monastero di Bose si riferisce in particolare, ma non solo, al fenomeno della migrazione, che da tempo non è più un’emergenza ma una tragedia umanitaria. Per lui, non si può celebrarla e pensare di poter giustificare e tanto meno approvare atti di vera e propria disumanità verso i migranti che muoiono di fame e di sete.

“I cristiani che celebrano la Pasqua sono credenti di oggi, non di ieri o di domani, completamente immersi nel loro tempo. Non possiamo celebrare la Pasqua nell’anno del Signore 2019 nonostante gli eventi vissuti e tantomeno ignorandoli, ma dentro questi fatti, direttamente implicati e responsabili di fonte ad essi. La Pasqua è annuncio della vittoria della vita di Cristo sulla morte e per questo è la vita vissuta e ancora da vivere, nella sua immediatezza e concretezza, che è il tempo e il luogo di effettivo esercizio della fede pasquale. I cristiani che sono in Italia giungono a celebrare la Pasqua del Signore portando con loro fatti ed avvenimenti molto precisi, ancora ben presenti nella loro memoria, episodi e vicende di persone, situazioni e condizioni di vita, contesti e circostanze di dolore particolarmente attinenti a quanto vissuto da Gesù negli ultimi suoi giorni, lui la vittima dell’umana disumanità.”

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print