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Il peccato e la penitenza per l’uomo contemporaneo

Nel senso comune odierno questi concetti rimandano a modi di vivere passati, ma fanno parte del rapporto con Dio.

Al giorno d’oggi, le parole “peccato” e “penitenza” rimandano perlopiù a modi di vivere passati, in disuso, e fanno sorgere talvolta un senso fastidio e sospetto in quanto collegate ad atteggiamenti severi e bacchettoni. In ambito pastorale e catechistico, negli ultimi decenni il loro uso è stato alquanto ridotto, tanto che le giovani generazioni, ma anche diversi adulti, fanno fatica a conoscerne il senso o a dar loro un significato valido per la vita quotidiana. In particolare, nel parlare comune il termine “peccato” è usato come sinonimo di occasione persa o positività mancata non per responsabilità individuale o colpa, ma per malasorte o caso. Si è dunque laicizzato tramite uno spostamento di senso, uno sradicamento dal rapporto tra uomo e Dio dove invece è nato.

Questa riflessione di Annamaria Rondini, pubblicata su Credere Oggi, continua dicendo che il peccato, e i suoi molti sinonimi quali mancanza, iniquità e ingiustizia, rivela le identità dell’uomo e di Dio. Le Scritture sono una narrazione continua di errori e tradimenti ai quali corrisponde un’instancabile misericordia divina. Figure come Noè, Abramo, Mosè parlano della paura che essa non basti per raggiungere la felicità e portano in scena la ribellione di un’umanità che prende sé stessa come misura delle cose, condannandosi così all’infelicità. Ma il Signore ricuce ogni volta il rapporto con loro, fino a Gesù che nasce in mezzo ai peccatori.

Al concetto di peccato è legato quello di penitenza, che fa desiderare di trovare veramente Dio, fissare in lui il proprio cuore, cambiare direzione di vita con preghiere, sacrifici, rinunce. San Paolo, dopo la conversione, giudica la sua vita in maniera così nuova che esclama: «Ho sbagliato tutto. Ho creduto valido ciò che non lo era». All’interno della Chiesa, soprattutto dopo la Controriforma, si è posta un’attenzione particolare alla confessione, che è stata ampiamente praticata tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo. Ma dalla metà del Novecento è stata sempre più percepita, assieme alle altre pratiche penitenziali, come un atto meccanico e formale.

Inoltre, anche il senso di peccato è cambiato. La controparte verso cui si è agito male non è Dio, bensì l’uomo, anche se la colpa vera è solo quella contro il Signore: «contro di te, contro te solo ho peccato» (Sal 51,6). Se il focus non è più la relazione con il Padre ma la persona, l’umanità può vivere senza limiti all’agire, perché la volontà del singolo o del gruppo è l’elemento assoluto a cui riferirsi. La sfida principale di oggi è creare gli spazi e cogliere le occasioni per abitare i tempi dell’uomo contemporaneo e fargli sperimentare il rapporto con Dio come bene fondamentale. La difficoltà principale sta nel fatto che occorrono lunghi percorsi di accompagnamento e il coinvolgimento delle comunità cristiane, che devono essere vive, autenticamente evangeliche e aperte alla condivisione. La ricerca pastorale va indirizzata verso il trovare e vivere spazi di scambio narrativo e di senso della vita.

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