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Penisola Arabica, tra sharia e chiese cristiane

Se in Arabia Saudita di edifici ecclesiastici non ne esistono, ad Abu Dhabi se ne sta costruendo uno nuovo.

Nei sette paesi della Penisola Arabica, l’islam è religione di stato, con la conseguenza che la sharia è la fonte del diritto. Tutti, tranne il martoriato Yemen, traggono enormi ricchezze dal petrolio e dal gas naturale, con l’Arabia Saudita che domina politicamente e militarmente l’area. Monsignor Paul Hinder, attuale vicario apostolico degli Emirati Arabi Uniti, del sultanato di Oman e della repubblica dello Yemen (dove ci sono oltre un milione di fedeli cattolici), conosce bene tutti questi luoghi, anche perché in passato ha ricoperto il medesimo incarico anche in Arabia Saudita, Bahrein e Qatar. Intervistato dalla Rivista Missioni Consolata, spiega a riguardo della sharia:

“Tutto dipende da come essa è applicata nella pratica. È chiaro che ci sono vari modi di interpretarla e applicarla. La sharia non è soltanto tagliare le mani o la testa. Anche se capita ancora. Per esempio, in Arabia Saudita. […] La sharia è tutto quello che noi consideriamo diritto civile, quello che regola le cose della famiglia, della proprietà, eccetera. Anche io sono andato alla Corte della sharia per delle firme. Non è una cosa di cui avere paura: è il modo per regolare i rapporti in una società musulmana. Chiaro che, per noi cristiani, ci sono dei limiti nella libertà religiosa che, in questi paesi, non è riconosciuta come una libertà propria della persona. E poi la libertà del culto, di svolgere cioè le liturgie, è limitata. Come in Arabia Saudita dove non esistono chiese, che invece esistono in tutti gli altri stati.”

In Arabia Saudita, se non ci sono edifici ecclesiastici, ci sono però delle comunità formalmente rette da un vescovo incaricato, che celebrano le messe in case private, tollerate in quanto non disturbano gli altri. Negli Emirati Arabi, in Oman e nello Yemen, invece, esistono chiese, ma senza campanili e senza croci visibili dalla strada. A Dubai, la chiesa di Santa Maria ha posto per duemila fedeli (ed è troppo piccola); a Doha, la chiesa di Nostra Signora del Rosario ne ha duemilasettecento. Nello Yemen, a causa della guerra che da oltre quattro anni sta devastando il paese, gli edifici sacri sono in gran parte o parzialmente distrutti.

Come riporta Mondo e Missione, ad Abu Dhabi per i cattolici ci sono attualmente tre chiese, che servono soprattutto ai fedeli presenti tra le centinaia di migliaia di lavoratori stranieri di un centinaio di nazionalità diverse. Inoltre, il 30 dicembre 2019 è stata posata la prima pietra della nuova chiesa di Ruwais, a ovest della capitale, che sarà un luogo di riferimento per molti operai delle strutture petrolifere, i quali in una parrocchia cercano non solo un posto in cui praticare la propria fede, ma anche uno spazio di vicinanza umana, spirituale e materiale in un paese straniero dove l’integrazione con gli autoctoni non è facile.

Qui la piena libertà religiosa è comunque ancora negata. Non è possibile convertirsi a una fede diversa dall’islam e i battesimi non possono essere impartiti. Ma le occasioni di vicinanza non vanno sottovalutate: la moschea a fianco della cattedrale è stata dedicata a Maria, madre di Gesù.

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