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Quando le banche di sviluppo sostengono il colonialismo agricolo

Nella R.d. del Congo le società straniere fanno affari con i soldi dell’Occidente a discapito degli abitanti locali.

Gli abitanti di Lokutu e dei villaggi vicini, nel nord della Repubblica democratica del Congo, sono stanchi dello sfruttamento della loro terra per la coltivazione intensiva della palma da olio da parte di società straniere. A febbraio, si sono decisi a manifestare il proprio dissenso contro la privazione ormai secolare dell’accesso ai campi, all’acqua e alle risorse naturali del proprio territorio, ma anche per la mancata realizzazione delle infrastrutture promesse e riassegnazione ai locali di campi coltivabili. Ma le proteste pacifiche, organizzate in occasione della visita dei proprietari dell’azienda che gestisce la piantagione e da possibili investitori stranieri, sono state soffocate con almeno dodici arresti da parte di guardie private, i quali hanno anche portato alla morte di un uomo.

La vicenda è stata raccontata da Nigrizia. La società Plantations et huileries du Congo, arrivata qui nel 1911 durante l’epoca coloniale, è riuscita nel tempo a far espropriare lotti di terreno per lasciare spazio alle palme da olio, arrivando a coltivarne centomila ettari. Nel 2009 la piantagione era stata acquistata dall’impresa canadese Feronia, mentre a metà dello scorso anno la proprietà è passata a al fondo d’investimento Straight KKM2, registrato alle isole Maurizio e gestito dalla Kuramo di un uomo d’affari statunitense di origini nigeriane e da un imprenditore minerario sudafricano.

Prima di fallire, Feronia ha ricevuto finanziamenti da diverse banche di sviluppo: secondo il rapporto Development finance as agro-colonialism (Finanza per lo sviluppo come colonialismo agricolo), centocinquanta milioni di dollari sono arrivati dalla britannica Cdc Group, dall’olandese Fmo, dalla belga Bio e alla tedesca Deg, oltre che dalla Società americana di finanziamento allo sviluppo e lo statunitense Fondo agricolo africano. In tre anni, Kuramo ha ricevuto una cifra simile dal fondo d’investimento dell’Università del Michigan e, in misura minore, dalla Fondazione Bill & Melinda Gates, dalla Public investment corporation, dalla Fondazione J. Paul Getty, dal fondo pensione degli impiegati del governo sudafricano, da quello pubblico britannico Berkshire pension fund e da quello della General Electric.

Le ong accusano le banche di sviluppo europee di sostenere progetti agricoli che si rivelano fallimentari e gestiti in modo poco trasparente e che privano la popolazione locale delle terre ancestrali. Invece di essere spesi per compensare gli abitanti con il rinnovo delle piante, l’accesso all’acqua potabile, scuole e presidi sanitari, i soldi finirebbero a dirigenti, consulenti e politici congolesi. Ma le denunce delle comunità locali e di numerose ong ci sono e riguardano il landgrabbing (l’accaparramento di terre senza il loro consenso), l’inquinamento delle fonti idriche, lo smaltimento illecito di rifiuti e la violazione dei diritti dei lavoratori. Quello che chiedono è una nuova negoziazione per le terre concesse.

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