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Quando i governi nazionalizzano le scuole cristiane

Dal Pakistan all’Eritrea, negli ultimi anni diversi istituti educativi privati delle Chiese locali sono stati confiscati o chiusi.

In alcuni Stati, l’istruzione cristiana non è ben vista. Ad esempio, l’Edwardes College, storico istituto della Chiesa anglicana del Pakistan che sorge a Peshawar, non potrà più essere gestito dalla diocesi ma verrà affidato a un’amministrazione statale. Lo ha deciso la Corte Suprema, che si è pronunciata a favore del governo della provincia di Khyber Pakhtunkhawa. Come ricostruisce l’Agenzia Fides, la scuola missionaria fu fondata nel 1853 dalla Church missionary society britannica. Nel 1972, il governo pakistano nazionalizzò le istituzioni educative private, ma nei decenni successivi molti di essi sono stati restituiti secondo una politica di denazionalizzazione. Così, nel college subentrarono missionari americani, che nel 2014 lasciarono la sua gestione alla Chiesa locale.

Ma un accademico musulmano contestò la nomina del primo preside cristiano pakistano, dando il via all’iter processuale. Nonostante la diocesi fosse proprietaria dei terreni e degli edifici e l’attività educativa non costituisse un aggravio per le spese dello Stato, prima l’Alta Corte di Peshawar, poi la Corte Suprema hanno smantellato il diritto dell’istituto di essere privato e di proprietà della Chiesa, dando ragione al governo provinciale. Anche questo è dunque un caso di mancata tutela di una minoranza e si inserisce nell’indebolimento complessivo delle scuole un tempo cristiane, che, secondo l’Ong Centro per la giustizia sociale, dopo la nazionalizzazione hanno visto un calo nella qualità dell’istruzione.

In Eritrea sta avvenendo la stessa cosa. Da qualche anno, il governo centrale sta togliendo con la forza le istituzioni educative alla Chiesa cattolica locale per nazionalizzarle o addirittura chiuderle. Prima sono state confiscate le scuole secondarie, ora sono state avviate le procedure per espropriare quelle materne e quelle primarie. Per quanto riguarda queste ultime, si parla di quasi venti istituti sparsi nel Paese.

I vescovi eritrei, che ricordano come stia avvenendo una cosa analoga con le strutture sanitarie cattoliche, si dicono feriti da queste misure, che non hanno parvenza di legittimità e limitano la possibilità di scelta delle famiglie. Hanno dovuto specificare che i servizi educativi offerti non intendono essere competitivi rispetto a quelli pubblici e si rivolgono a tutti, senza alcuna distinzione di religione, etnia o gruppo. Il governo si giustifica motivando la decisione col fatto che le strutture apparterrebbero al popolo e non alla Chiesa, dimenticando che la loro proprietà è un diritto e violando un principio di giustizia.

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