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Per ricongiungersi ai giovani, alla Chiesa serve un’alleanza sincera

Per ridurre il distacco ogni giorno più profondo col mondo giovanile, non ci si deve preoccupare delle loro critiche e speranze.

“Tra le giovani generazioni e la fede tradizionale, se si escludono quelle poche eccezioni che certo non rappresentano la tendenza di un insieme, non esistono quasi più rapporti significativi. Tra il «mondo giovanile», coi suoi ritmi, la sua visione del mondo, il suo immaginario, e l’ordinario cattolicesimo parrocchiale, nelle sue retoriche come nelle sue pratiche, il distacco è sostanzialmente consumato, e appare ogni giorno più profondo. […] Per trovare una presenza giovanile più massiccia, anche di una certa consistenza numerica, bisogna osservare realtà ecclesiali organizzate attorno a un carisma specifico, specie se di natura sociale e dal forte indirizzo culturale come Libera, Arsenale della Pace, Taizè, Comunione e Liberazione, per dire le prime che mi vengono in mente. […] Bisogna ammettere che nei confronti del «mondo religioso» e delle «cose di chiesa» la sensibilità del «mondo giovanile» ha sviluppato atteggiamenti di puro e semplice disinteresse. La sfera della religione istituita è semplicemente uscita dai suoi radar. Non perviene, non tocca, non è rilevata.”

Sono le schiette parole di don Giuliano Zanchi, teologo e segretario generale della Fondazione Bernareggi di Bergamo, che è intervenuto al Convegno nazionale di Pastorale universitaria “Camminava con loro e spiegava le Scritture. Dopo il Sinodo, sulla via di Emmaus”, organizzato a Brescia il 7 e 8 marzo 2019 dall’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della CEI. Per lui, la disaffezione per la fede tradizionale delle giovani generazioni nate tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta è stata ampiamente preparata dai loro genitori e dai loro nonni. Il cattolicesimo è stato sempre più percepito come una sottocultura sociale, emblema di tutto ciò che è inattuale, culturalmente di margine, intellettualmente squalificato, inadeguato anche sotto il profilo dello stile e dell’immagine, un mondo di “perdenti” al quale un giovane non si avvicina più.

“Ai giovani succede oggi una cosa che, detta così, sembra anche un fatto positivo, gratificante, lusinghiero, ma che in realtà, se ci si pensa su, è una specie di sciagura da cui non si sa bene come liberarsi. Alle giovani generazioni oggi succede che tutti vogliono essere come loro. […] Questa è la prima società nella quale i padri voglio essere come i loro figli. In cui i figli sono diventati i «modelli» dei loro padri. Con effetti di disorientamento identitario che sono facilmente intuibili. Se tuo padre fa di tutto per avere la pancia piatta come te, essere vestito come te, fare il disinvolto come, tu cosa devi fare per poter essere diverso da lui, per uscire da questa prigione mimetica, non stare sempre di fronte uno specchio e trovare la tua identità? Di fronte a tutto questo, l’impietoso distacco dei giovani e questo loro sgamato relativismo, mi sembra quasi un segno di buona coscienza.”

La domanda di Zanchi è: abbiamo di fronte piccoli atei o diversamente credenti? Comunque sia, bisogna occuparsene seriamente, ma facendo attenzione a non volerli riconquistare a tutti i costi, diventando molesti, maldestri, goffi, come dimostra l’ingenuità di molti giovanilismi ecclesiastici che non possono che apparire, agli occhi dei giovani, e non solo dei giovani, semplicemente patetici. Oggi, al di là delle condizioni socio culturali del nostro tempo, la Chiesa è incapace di essere interprete di quella subliminale forma di resilienza alla dittatura nichilista dell’epoca che si nasconde dietro la loro strana silenziosa sovversione. Il problema dei giovani nella chiesa sta nella chiesa, non nei giovani. George Bernanos scrisse ne I grandi cimiteri sotto la luna, del 1938: «dovrete ricostruire tutto davanti ai fanciulli e non riuscirete a sconfiggere la loro ironia che a forza di semplicità, di franchezza e di audacia. Siete in grado di ringiovanire il mondo si o no? Il Vangelo è sempre giovane, siete voi vecchi».

“Mi pare il momento di restituire […] al cattolicesimo, alla sua vita quotidiana, ai suoi atteggiamenti reali, allo stile delle sue comunità, un’audacia e un’apertura in cui esseri umani di questo tempo possano realmente sentirsi ospitati, venire come attratti da uno spazio vitale in cui un’antica cultura, invece che ripetere risentita le sue vecchie formule, apre gli occhi su nuove visioni […]. Penso che in questo ci sarebbe utile una vera alleanza coi giovani. Semmai riuscissimo a ristabilirla. Un’alleanza sincera. Non di quelle in cui si finge di ascoltare ma lo si fa solo come dimostrazione di un paternalismo che ha già compromesso tutto in partenza. Ma di quelle che prima di tutto fosse capace di sperare nello scompiglio che essi sanno portare. Preoccupandosi anzitutto di un rischio opposto. Scongiurare quella sorta di senilità permanente di cui ogni tanto si ha segno come effetto collaterale del mito corrente di un’eterna giovinezza. Bisogna che le giovani generazioni non diventino vecchie in partenza, bisogna che facciano il loro lavoro che è quello di criticare e di sperare, di non accettare tutto e di immaginare continuamente. Perché quando questo non succede, vuol dire che le cose vanno davvero male.”

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