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Ripartire da Betlemme

Lettera di Natale di due missionari comboniani in Brasile.

A Natale Dio esce dal Suo mondo e viene ad abitare la terra. Il Suo posto è tra di noi. Dopo un lungo periodo di esilio imposto da un’umanità arrogante che pensa di bastare a sé stessa, mette i piedi in terra per camminare con noi. Arriva senza arroganza. Bussa alla porta e chiede se c’è posto per Lui. Non va verso il centro dove si concentrano i palazzi del potere. Scende a piedi scalzi verso la periferia dove si ammucchiano quelli che sono scartati dal sistema dominante. Non veste abiti sontuosi e insegne regali, non si gonfia d’orgoglio e non sfoggia poteri straordinari. Si fa piccolo, si presenta nella sua nudità e si lascia avvolgere in umili fasce, fragile neonato, disarmato, nullatenente, spoglio perfino del necessario, carente di tenerezza. Si consegna alle cure di due giovani trepidanti di vita, presi alla sprovvista dalla sua sconvolgente proposta mentre, mossi dall’amore, rincorrono i loro sogni. Non firma alleanze con i potenti. Si fa annunciare a poveri pastori. Viene senza pretese. Il “Dio tremendo” si fa tremante. Indifeso, fa il suo atto di fede nell’umanità. Si affida alle nostre cure e desidera essere amato e ci ama, perché desidera ardentemente il nostro Bene.

A Natale il Principio diventa l’ultimo della fila. Il Creatore dell’Universo si fa creatura nel ventre di una donna. L’Invisibile nella sua divinità diventa visibile nella nostra umanità. L’Onnipotente indossa la fragilità della carne umana. La Luce che dissipa le tenebre brilla ora nel volto sorridente di un bambino. Generato prima di tutti i secoli, entra nel tempo della storia umana, immersa nelle tenebre della morte, per infondere vita in abbondanza, restituire la libertà agli oppressi, aprire gli occhi dei ciechi, la bocca dei muti e le orecchie dei sordi, per annunciare un tempo nuovo a partire sorprendentemente da uno dei punti più periferici del mondo e da persone più insignificanti agli occhi del mondo.

A Natale divinità e umanità non corrono più su binari paralleli. Si incrociano come regali che si scambiano. La divinità diventa un dono condiviso con tutti. L’umanità diventa il luogo sacro in cui la divinità fissa la sua dimora. Dio non è più lontano. È proprio qui, in mezzo a noi, è nostro vicino di casa. Non c’è più bisogno di cercarlo affannosamente, lo abbiamo sempre accanto, con i piedi per terra, che camminano sul nostro stesso suolo. Egli assume la nostra debolezza per innalzare la nostra umanità mortale a dignità perenne.

A Natale Dio si presenta per amarci ed essere amato. È da questo amore che dipende la nostra realizzazione. Se lo accogliamo e lo amiamo allo stesso modo, diventiamo come Lui che è Amore. In questo consiste la nostra salvezza. È nell’amore che ritroviamo la nostra autentica identità. Generati dall’Amore e per Amore, siamo fatti per amare. Al di fuori dell’amore l’umanità non sarà mai sé stessa. È questo il messaggio che ci porta il Bambino di Betlemme. Prima ancora di portargli i nostri doni, è Lui a darci in dono la possibilità di diventare ciò che Dio è. E Dio è Amore. In questo consiste la gioia del Natale. Senza questo amore, senza Dio, senza l’ardente desiderio di farsi dono, non c’è la gioia del Natale. Dove non c’è Gesù c’è Erode con il suo esercito sempre crescente di brutali e disumani seguaci. È triste verificare come l’umanità preferisca ispirarsi nella sua crudeltà piuttosto che nella benevolenza di Dio. Il rumore degli stivali di guerra che marciano su varie regioni del mondo calpestando migliaia di vite umane; l’affanno in costruire muri e innalzare steccati per mantenere i poveri alla larga e custodire gelosamente i propri interessi; le ruspe che devastano la madre terra e la svuotano delle sue risorse soltanto per riempire le tasche di pochi privilegiati; la voracità insaziabile di un quinto dell´umanità che preferisce lo spreco piuttosto che la condivisione; i corpi di migliaia di bambini morti prematuramente per fame, guerra e malattie facilmente curabili; l’imposizione di sistemi economici che privilegiano i guadagni in detrimento del bene comune; i tagli alle spese pubbliche destinate a garantire i diritti basilari ai più poveri… Sono indizi che dimostrano che, nonostante la commozione che sentiamo davanti alla grotta di Betlemme la notte di Natale, il castello di Erode sembra aver più prestigio nelle nostre scelte quotidiane. È da lì che parte la scala dell’ambizione, del potere a qualunque costo, dell’avere, dell’apparire e della cultura della morte.

La grotta di Betlemme, invece, parla di vita in discesa verso tutti, soprattutto, i più poveri; propone un’esistenza all’insegna del servizio gratuito; diffonde pace; sparge scintille di luce capaci di illuminare e riscaldare i cuori; propone come parametro il punto di vista degli ultimi; suggerisce la lettura dei fatti con gli occhi disarmati dei bambini; offre il perdono anche a quelli che si considerano i peggiori; restituisce speranza a chi è disperato e regala la gioia.

Grazie a Dio, ci sono anche coloro che seguono la stella che punta verso la periferia, e fanno ripartire la loro vita dalla grotta di Betlemme. Sono coloro che, silenziosamente, ma con fermezza, rompono con il sistema perverso che impone l’indifferenza. Sono uomini e donne impegnati in prima linea nella costruzione di una nuova storia all’insegna della giustizia, della tenerezza, della solida-età e della pace. Sono le persone salutate dagli angeli nella notte di Natale “uomini e donne amati da Dio”.

p. Saverio Paolillo e fr. Francesco D’Aiuto

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