Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Il sahrawi musulmano che ha salvato una chiesa in Marocco

Ora, a Dakhla, Nuestra Señora del Carmen accoglie migliaia di migranti cattolici e promuove progetti sociali.

Nel secolo scorso, nella zona del Sahara occidentale la città di Dakhla, che una volta prendeva il nome di Villa Cisneros, ospitava una fiorente comunità ispanica, segno dell’occupazione spagnola in Marocco. Oggi, del passato coloniale mantiene solo i tombini e la chiesa cattolica di Nuestra Señora del Carmen. È merito di una persona inaspettata se l’edificio di culto si è salvato dalla rovina: il musulmano Semlali Mohamed Fadel, che, sulla sua sedia a rotelle, ogni domenica percorre le navate della chiesa.

Mondo e Missione racconta che l’uomo, nato nel 1965 e conosciuto come Bouh, racchiude in sé due identità: appartiene al popolo sahrawi ed è figlio di un militare dell’esercito spagnolo. Quando tornò in Marocco nel 1982 dopo essersi trasferito in Spagna da piccolo, si rese conto che Villa Cisneros, da dove i coloni europei si erano ormai ritirati, come la conosceva lui non esisteva più. La comunità cristiana era praticamente scomparsa e la chiesa era utilizzata dai soldati marocchini.

“Non sapevo molto dell’Islam, mi ero dimenticato come si parlasse arabo… A Las Palmas andavo a messa però non facevo la comunione, stavo in chiesa però tutti sapevano che ero musulmano e mi rispettavano. Al mio ritorno mi ero improvvisamente trasformato in un estraneo.”

La città era nell’orbita dell’occupazione dei territori da parte del governo di Rabat, che per questo soppresse le proteste dei sahrawi. La zona urbana si espanse e gli edifici storici ormai in rovina, come il forte spagnolo del XIX secolo, furono distrutti. Tutti, tranne la chiesa di Nuestra Señora del Carmen, grazie a Bouh si mise davanti alla scavatrice che la stava per demolire.

“I militari mi dissero che era inutile, era abbandonata e sarebbe caduta… In più era un luogo cristiano e loro erano musulmani. Io risposi che no, era nostro, apparteneva al popolo sahrawi e nessuno lo poteva toccare. Corsi a chiamare i miei vicini e non ci muovemmo finché non arrivò il governatore.”

Bouh iniziò così a promuovere una campagna di agitazione sociale, finché la ebbe vinta. E da qualche anno, la chiesa ha ritrovato nuova vita grazie alle rotte di migranti che passano per questa zona. L’edificio ospita circa quattromila migranti provenienti dall’Africa subsahariana, che si fermano per una quantità di tempo che varia da qualche mese a qualche anno per guadagnare qualcosa e riprendere il loro viaggio verso l’Europa.

Ora, ci sono progetti sviluppati dalla Missione cattolica assieme alla Caritas a favore dei migranti, un cimitero poco lontano dove vengono seppelliti i corpi di coloro che non sono riusciti a completare la traversata e non sono stati reclamati, una collaborazione con l’associazione per persone disabili di Bouh. Lui, che ha ottenuto un lavoro nel consiglio comunale, viene additato da certi marocchini come un infedele, ma non ci dà peso e continua a mantenere buoni rapporti con tutti.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print