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La Samaritana: dalla ricerca alla testimonianza

Terzo appuntamento degli approfondimenti sul tema “Sapienza e intraprendenza al femminile. Donne nella Bibbia”.

Vi proponiamo la relazione del terzo incontro dell’edizione 2020 dei Mercoledì della Bibbia della Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto, quest’anno dedicata al tema “Sapienza e intraprendenza al femminile. Donne nella Bibbia”.

Per comprendere Gv 4 e il tema teologico sottostante, è necessario collocare il brano nel contesto più ampio del quarto Vangelo, specie nella sezione riguardante i cc. 2-4, denominata “da Cana a Cana”. Dopo la celebrazione della prima Pasqua (Gv 2,13-22) seguono tre dialoghi di Gesù con tre personaggi: Nicodemo: rappresentante della Giudea (Gv 3,1-11); la Samaritana: giudaismo scismatico eretico (Gv 4,4-42); il Funzionario regio: mondo pagano (Gv 4,43-54). Siamo, per Giovanni, davanti a tre proposte di fede fatte a diverse categorie di persone per invitarle a scoprire chi è lui attraverso un cammino di approfondimento.

1. Gesù stanco del viaggio

Il testo è molto lungo, prenderò quindi in considerazione solo alcune affermazioni, ai fini della nostra meditazione. Gesù lascia la Giudea ed è diretto verso la Galilea, e viene detto: “doveva” (édei) perciò attraversare la Samaria”. Di per sé non era necessario e non era la strada migliore, poteva passare dalla Transgiordania. Quel doveva (è una necessità teologica) sta a indicare il desiderio di Gesù di portare l’annuncio anche alla Samaria. Bisogna che lo Sposo passi per la Samaria, per incontrare la sposa perduta. Gv 4,4-7: «Doveva perciò attraversare la Samaria. Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”».

Siamo di fronte a un inizio molto significativo dove c’è in sintesi tutto ciò che verrà sviluppato nel brano. Siamo a Sicàr (dizione greca di Sichem) nelle vicinanze del terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio. L’evangelista ci mette davanti alla storia dei patriarchi. Giacobbe è colui che sogna una scala che dal luogo dove si era addormentato, portava fino al cielo. È colui nel quale viene dato il nome al popolo, nella lotta durante la notte. Giuseppe, figlio amato, salvatore dei fratelli, è colui che sfama il popolo, è colui, dal quale ogni benedizione è arrivata al popolo d’Israele. Gesù è colui che dà il cibo colui che sfama e, dal momento che con la fame è sempre collegata la sete, anche colui che toglie la sete.

Gesù, stanco del viaggio (v. 6), sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Gv sottolinea che Gesù “è stanco del viaggio”, Gesù è affaticato: ha percorso la strada indicatagli dal Padre. Si comprende meglio la stanchezza se si evidenzia la dizione: “era verso l’ora sesta”, dizione che tornerà in Gv 19,14, quando Pilato, nel litostrato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re». È l’ora in cui Gesù sarà condannato a morte. Altra sottolineatura “sedeva presso il pozzo” (peghé = sorgente). Al v. 11 si dice frear (= il luogo di raccolta, il serbatoio). Il testo dice epì (= presso), ma anche sul o al di sopra. Quindi Gesù è sul pozzo, nel senso che lui è il punto d’arrivo del pozzo stesso.

2. Il pozzo: luogo dell’incontro e dell’innamoramento

Perché tanta importanza al pozzo (peghé = sorgente)? Ha una valenza simbolica molto densa. È il luogo del corteggiamento e dell’innamoramento. Nella storia dei patriarchi, intorno ai pozzi (luoghi dell’incontro) si combinano i matrimoni: Il servo di Abramo incontra Rebecca (Gn 24,11-25) la sposa di Isacco, intorno al pozzo Giacobbe si innamora, a prima vista, di Rachele, al pozzo, Mosé incontra Zippora. Il riferimento al pozzo, quindi è di innamoramento e nuziale (teniamo presente Gv 2,1-12).

Alla samaritana Gesù dice: «dammi da bere». Questa richiesta ha tutti i colori di una richiesta-proposta d’amore. Se si tiene conto della simbologia del pozzo come luogo di incontro e di corteggiamento, questo è chiaro anche per la Samaritana. E questa proposta Gesù la fa a una Samaritana: a una donna adultera, simbolo della Samaria idolatra. Un testo di 2Re 17,28-29 spiega in modo chiaro il perché della situazione di adulterio/idolatria in cui si trovano i samaritani: c’era stata una invasione della Samaria, gli abitanti erano stati dispersi; più tardi ci fu un ritorno molto convulso, in cui si mischiarono Ebrei ed altri popoli, cosicché ciascuna nazione si fabbricò i suoi idoli. Le nazioni sono appunto cinque quanto i mariti della samaritana. Essa quindi è simbolo della idolatria della Samaria.

Il fatto che Gesù che chiede da bere è un uomo che chiede amore, lo comprendiamo meglio alla luce di Osea, profeta di Samaria: «Accusate vostra madre, accusatela perché essa non è più mia moglie e io non sono più suo marito. La loro madre si è prostituita, la loro genitrice si è coperta di vergogna» (Os 2,1.7). Gesù dicendo «dammi da bere» personifica lo sposo che non accetta di dover concludere la sua relazione di amore con la Samaria (con l’umanità). Non si dà pace e tenta tutte le strade. «Dammi da bere» può voler dire: «Ecco, la attirerò a me (la sedurrò), la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). “Dammi da bere” può essere letto come intento dello sposo che, nonostante l’adulterio/idolatria, intende restare fedele e non smette di cercare la strada più opportuna per poter ristabilire un rapporto che lo aveva tanto esaltato in precedenza.

3. Lo stupore della Samaritana

L’atteggiamento di Gesù stupisce la Samaritana. Il modo di agire di Gesù è provocatorio. Egli “la fonte di acqua viva”, non la rimprovera, e tenta di conquistare la donna chiedendole acqua e refrigerio alla sua stanchezza. Per provocarla all’amore le manifesta l’amore. Questo è lo stile di Gesù. È questa provocazione che mette interiormente in movimento la donna, e la sconvolge talmente che alla fine dimentica di essere venuta al pozzo ad attingere acqua. Tanto è vero che lascia la brocca e corre immediatamente ad annunziare agli altri la gioia dell’incontro. Provocata, la samaritana pone interrogativi, e comincia ad entrare nella comprensione del misterioso personaggio che le sta di fronte. Si chiede: chi potrà essere quest’uomo che non si lascia condizionare dai normali comportamenti e si mette a parlare con me a tu per tu? Che fa la verità nella mia vita?

C’è un dialogo molto ricco che indica una progressione di rivelazione e svelamento. Il Signore le si manifesta ed essa lo scoprirà progressivamente, di sorpresa in sorpresa. All’inizio essa si interroga a proposito di quel giudeo (Gv 4, 9), che è di fronte a lei che è samaritana. Poi appare il titolo di Signore (v. 11), il riferimento al padre Giacobbe (v. 12), e di nuovo Signore (v. 15), e il profeta (v. 19), improvvisamente essa si interroga sul messia (v. 25) e il Signore le confida la sua identità più profonda “IO SONO” (v. 26), la Samaritana diventa la prima destinataria del primo Egò eimi, per cui la donna corre entusiasta ad annunziare la sua scoperta, e quelli del suo popolo, essi vengono e fanno la grande confessione: «Questi è veramente il salvatore del mondo» (v. 48).

4. Il pozzo, simbolo della Toràh

Il pozzo, deposito di acqua viva che zampilla, sgorga dalle viscere della terra è, anche, simbolo della presenza di Dio (Ger 2,13), e quindi della Scrittura. È un’acqua sorgiva che ha la stessa energia propellente di un liquido che venga posto sotto pressione e che quindi esploda in alto. Secondo una tradizione, il pozzo di Giacobbe aveva esattamente questo tipo di proprietà. L’acqua cresceva fino a traboccare. Nella tradizione biblica, l’acqua e il pozzo sono doni di Dio al suo popolo. Per la comunità di Qumram, spesso, il pozzo è la Legge. Anche nei Midrashim il pozzo, spesso, è identificato con la Legge, la rivelazione, la sapienza.

I Padri illustrano questo simbolismo. Tra i Padri soprattutto, lo fa Origene. Per esempio, a proposito del pozzo di Rebecca, la ragazza che sarebbe poi divenuta la moglie di Isacco, incontrata dal servo di Abramo, proprio al pozzo, scrive: «Ogni giorno Rebecca veniva ai pozzi, ogni giorno attingeva acqua; e poiché ogni giorno andava ai pozzi, per questo poté essere trovata dal servo di Abramo ed essere unita in matrimonio ad Isacco» (Omelie sulla Genesi X,2). E applica l’esperienza di Rebecca al credente, invitandolo a frequentare ogni giorno il pozzo che è la parola di Dio per incontrare il Volto e farsi ancora sedurre. Egli dice:

«Questo è un ammaestramento per le anime e una dottrina spirituale, che ti insegna e ammaestra a venire ogni giorno ai pozzi delle Scritture, alle acque dello Spirito Santo, e ad attingere sempre e a portare a casa il recipiente pieno, come faceva anche la santa Rebecca. Essa non avrebbe potuto sposare Isacco, un patriarca tanto grande, nato dalla promessa, se non attingendo queste acque. […] Il Cristo vuole fidanzare anche te a sé, infatti ti parla per mezzo dei profeti dicendo: Ti fidanzerò a me in eterno, e ti fidanzerò a me nella fedeltà e nella misericordia, e riconoscerai il Signore (Os 2,19-20). […] Questo servo (che ti manda) è la parola dei profeti; se prima non avrai accolto quella, non potrai sposare il Cristo”» (Omelie sulla Genesi X,2).

Per cui aggiunge ancora Origene: «Perciò, se non vieni ogni giorno ai pozzi, se non attingi ogni giorno le acque, non solo non potrai dare acqua da bere agli altri, ma anche tu patirai la sete della parola di Dio» (Omelie sulla Genesi X,3). Il brano è chiaro: il pozzo per eccellenza, luogo dell’innamoramento, sono le Sacre Scritture, chiunque voglia inebriarsi di Spirito Santo (innamorarsi), dovrà frequentare questo pozzo (la Scrittura) tutti i giorni. Nella Dei Verbum al n. 25 a conservare un contatto continuo con le Scritture (in Scripturis haerere = “starci dentro”, “abitare nelle Scritture”). Per ottenere tale scopo, viene raccomandata l’assidua “lectio sacra” e insieme un “exquisitum studium“, cioè uno studio specialmente coltivato, penetrante.

5. Accostarsi alla Parola con lacrime e preghiere

Non basta accostarsi alla Scrittura, (è bene farlo ogni giorno), per ricevere lo Spirito, non è un fatto automatico. È necessario creare un clima di silenzio e uno spazio adatto! C’è una presenza sacramentale! Invochiamo lo Spirito! Soltanto la fede fa delle Scritture un pozzo d’acqua viva che non cessa mai di crescere (S. Gregorio Magno). Davanti alla Scrittura siamo come di fronte a cinquanta porte! Senza la fede, che è incontro con Cristo, accettazione totale di lui, le Scritture sono terra arida, per noi, non perché non contengono acqua, ma perché noi non siamo in grado di scoprirla. La Samaritana era andata tante volte al pozzo e ne era tornata sempre come prima. Come mai? Ancora Origene ci aiuta a capire. Egli vede un parallelismo fra la Samaritana e Agar, la serva di Abramo, dalla quale è nato Ismaele, scacciata dalla casa del patriarca.

Origene è convinto che la Samaritana, in fondo, non sia altro che una nuova Agar, preoccupata di generare solo nella carne, una Agar, che pur avendo a portata di mano la fonte, non riesce a scoprirla, finché non sopraggiunge l’inviato di Dio che, rimuovendo il velo della lettera, le apre gli occhi davanti all’acqua viva. Si tenga presente il pianto di Agar abbandonata col figlio Ismaele (aveva con sé l’otre con l’acqua «colui che è nato secondo la carne, beve acqua dell’otre, e l’acqua stessa viene meno»). Sta morendo di sete nel deserto: è accanto a una fonte e non riesce a vederla. C’è bisogno dell’angelo che le tolga il velo dagli occhi e le faccia scoprire la presenza della fonte (Gen 21,19).

La samaritana è simbolo dell’umanità e di ogni cristiano. Può succedere, secondo Origene, che un velo sugli occhi resti presente anche nei cristiani che vivono senza la capacità di passare dal senso letterale al senso spirituale delle Scritture. Come la Samaritana, così, anche noi sediamo intorno al pozzo, ma abbiamo gli occhi chiusi e non riusciamo a scoprire l’acqua viva nel pozzo della Legge e dei profeti. Abbiamo i libri in mano e li leggiamo, ma non riusciamo ad attingere il senso spirituale. Per andare oltre la lettera e cogliere il senso profondo della Parola, ricorda Origene, è necessario versare tante lacrime e insistere con tanta preghiera prima che gli occhi vengano aperti dallo Spirito Santo. Sono le lacrime, i lamenti, le invocazioni di Agar.

Origene scrive: «Ma anche noi stiamo attenti, poiché spesso anche noi giacciamo vicino al pozzo dell’acqua viva, cioè vicino alle Scritture divine, ed erriamo in esse: abbiamo i libri e li leggiamo, ma non cogliamo il senso spirituale. Per questo c’è bisogno di lacrime e preghiera incessante, affinché il Signore apra i nostri occhi…» (Omelie sulla Genesi VII,6). Origene aggiunge ancora: «Se uno viene a questi (pozzi), e da essi attinge acqua, cioè con la meditazione attinge in essi un significato e una intelligenza più profonda, troverà nozze degne di Dio: la sua anima infatti si unisce con Dio. […] Perché il Verbo di Dio, trovandoti presso l’acqua, ti accoglie e ti unisce a sé, così che tu diventi con lui un solo Spirito (1Cor 6,17)» (Omelie sulla Genesi X,5).

6. Accanto al pozzo una proposta d’amore anche per noi

Siamo invitati a nozze. Se ti lasci sedurre dalla parola, Dio si unirà con te, ci ricorda Origene. Se frequentiamo la parola (è una bella ragazza nascosta in un palazzo) ritorneremo a innamorarci del Volto. E oggi ne abbiamo urgente bisogno. Viviamo in un contesto (salvo una minoranza ben motivata, più del passato) in cui il nome dell’ateismo è indifferenza. Si parla di Dio, oggi, ma spesso di un Dio disancorato dalla parola di Dio, dalla Bibbia e dalla storia. Di un Dio che non ha più rapporto con l’annuncio di Cristo, con la “debolezza” della croce. In sostanza si usa il nome di Dio per creare una sorta di religiosità pagana parallela, una religione civile, politica, che si offra come rito, come liturgia, come consolazione, a difesa degli egoismi nazionali e/o del nord del mondo.

È importante fare memoria del volto di colui che ci ha scelti per resistere, perseverare nel cammino faticoso della vita e per conservare, custodire la freschezza del suo bacio, del suo respiro, per essere testimoni della sua tenerezza. Il luogo dell’incontro e dell’innamoramento è la Parola. La parola di Dio ci rivela in cuore di Dio (Gregorio Magno). Ritornare ai pozzi della Parola, far memoria vuol dire lasciarci guardare da chi ci ha detto “ti amo”, ci ha eletti e perché ci ha eletti. Alla radice di tutto non c’è il nostro volontarismo ma il volto del Dio vivente, è in lui, cercato nella Parola, che siamo ancora eletti e benedetti, abbracciati, coinvolti nel suo flusso vitale, abitati da una speranza e inviati ad essere testimoni della sua misericordia /tenerezza. Da innamorati racconteremo la bellezza di Dio

7. La prima evangelizzatrice

C’è un certo parallelismo tra la Samaritana e Mosè. A tutti e due è rivelato il nome “Io sono”. Con il segreto di questo nome Mosè guida il popolo alla liberazione, la samaritana, anch’essa tira fuori il suo popolo dalle tenebre. La Samaritana è talmente afferrata dal discorso di Gesù, così saziata nella sua sete d’amore, che è fuori di sé. Si è innamorata, malgrado il passato! È stata sconvolta. Anche lei, a modo suo, non riesce ad entrare fino in fondo nel discorso altissimo fattole da Gesù (non capiscono nemmeno i discepoli). Scombinata dice: «che sia forse il messia?» (Gv 4 29).

Lei è convinta, ma si accorge che non è così semplice ammetterlo. Ha intuito e nello stesso tempo resta agitata. Comunque parla a tutti di quanto le è successo. Lei, donna emarginata, (a causa del suo sesso, della sua situazione di vita morale, della sua posizione religiosa), è la prima evangelizzatrice, donna testimone nel vangelo di Giovanni. La diaconia di questa donna è quella della evangelizzazione, della gioiosa testimonianza, essa coinvolge tutta la sua città nel vedere e nell’ascoltare Gesù (v. 30). La sua diaconia è anche quella della universalità: essa fa in modo che Gesù esca dai limiti della sua cultura, dalle frontiere della sua tradizione, come fa in Mc 7 e in Mt 15 un’altra donna; la sirofenicia.

8. Per concludere

La Samaritana, nonostante la complessità della sua personalità, ha parlato comunque di Gesù, provocando i samaritani a uscire, a fare un esodo! Questo è importante, significativo. Anche noi potremmo sentirci, e lo siamo sempre, indegni di portare l’annuncio dell’amore del Signore. Chi di noi infatti può dire di amarlo davvero? E comunque parliamo di lui e lo facciamo nel modo disordinato di cui siamo capaci, con tutto quello che ci portiamo dentro: gli scompensi psicologici, umani, spirituali, intellettuali. Siamo tutti un po’ un guazzabuglio come la samaritana. Eppure se l’incontro con Gesù ci ha fatto intuire quale è il “primum” della nostra vita, basta questo per potere andare ad annunziare. Il resto lo fa lui.

«E uscirono dalla città e andavano da lui», non andavano da lei, andavano da lui. Era riuscita a convincerli, nonostante la sua confusione interiore. È il frutto di una missione di fatto, accolta e messa in pratica. Non siamo forse un po’ tutti più vicini alla samaritana di quanto pensavamo? La sua vita ormai è orientata da un amore che le ha preso il cuore. Forse è opportuno, qualche volta domandarci sul perché siamo cristiani, cosa sostanzia la nostra vita, quale sia il valore assoluto per cui saremmo disposti a dare la vita. Sarebbe bello se con Paolo potessimo dire: «Non sono io che vivo è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).

La Samaritana è umile. Gv 6, 39-42 ci permette di dedurre infatti che essa ha annunciato veramente il Signore, non se stessa. Se inizialmente gli altri sono stati portati a lui dalla parola di lei, di fatto, poi lei è stata capace di mettersi da parte, perché i samaritani si incontrassero unicamente con lui e potessero fare da soli quella stessa esperienza di intimità che aveva vissuto lei, per cui alla fine con riconoscenza possono dire: «Non crediamo più per il tuo discorso. Noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo» (v. 42).

Alberto Neglia

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