1425 giorni l’accerchiamento il più lungo dell’Europa contemporanea
1425 giorni l’accerchiamento il più lungo dell’Europa contemporanea
A trent’anni dalla fine dell’assedio di Sarajevo (29 febbraio 1996), la memoria di quei 1.425 giorni rimane segnata dalla precarietà assoluta dell’esistenza. Dal 5 aprile 1992 la città fu stretta in un accerchiamento considerato il più lungo dell’Europa contemporanea: bombardamenti continui, cecchini appostati sui tetti e sulle alture circostanti, infrastrutture distrutte, ospedali e scuole colpiti, popolazione priva di acqua, cibo e libertà di movimento. Oltre 11 mila le vittime, in gran parte civili, tra cui circa 1.500 bambini.
Monsignor Pero Sudar, allora vescovo ausiliare, ricorda anche il bombardamento che colpì il seminario il 6 gennaio 1994, prima della sua ordinazione. Eppure, accanto alla sofferenza, emergono soprattutto i segni di bene: la condivisione del poco disponibile, la solidarietà internazionale che contribuì alla sopravvivenza di circa 500 mila abitanti, la speranza ostinata che il conflitto potesse terminare. In mezzo alla violenza e alla perdita di tante vite, la speranza rappresentò una forma di resistenza morale e spirituale.
L’unico collegamento con l’esterno fu un tunnel sotterraneo verso la zona libera di Butmir, attraverso il quale passarono viveri, aiuti e civili. Terminato l’assedio, la pace fu sancita dagli accordi di Dayton del 1995, che divisero la Bosnia-Erzegovina in due entità: la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Srpska. Una soluzione ritenuta da molti imposta e fragile, le cui conseguenze pesano ancora oggi sul cammino politico, economico e sociale del Paese, rendendo lenta la costruzione di una riconciliazione autentica.
In questi tre decenni non si è diffuso un diffuso desiderio di vendetta tra la popolazione, segno che la guerra non fu voluta dalla gente comune, ma subita. Resta tuttavia dolorosa la scoperta di pagine oscure come i cosiddetti “Sarajevo Safari”, episodi di presunto turismo di guerra in cui stranieri avrebbero pagato per sparare sui civili dalle postazioni dei cecchini. Vicende che riaprono ferite profonde e interrogano la coscienza umana.
La consapevolezza di essere bersaglio quotidiano toglie valore non solo alla vita, ma anche alla fiducia nell’uomo. Di fronte a tale mistero di male, risuona l’interrogativo su come l’essere umano, creato con dignità e grandezza, possa degradarsi fino a umiliare sé stesso attraverso la violenza.
Lo sguardo si estende oggi ai conflitti in corso, come in Gaza Strip e in Ucraina, e ad altre regioni ferite dalla guerra. L’invito è a risvegliare l’empatia, soprattutto tra i credenti, e a rimanere interiormente vicini a quanti soffrono ingiustizia e violenza. Costruire la pace è un processo lento e faticoso; iniziare una guerra resta sempre una grave responsabilità morale.
Tratto da Osservatore Romano