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Le scuole cattoliche meridionali: problemi e proposte

Il Centro studi per la scuola cattolica ha promosso un’analisi del divario tra Nord e Sud individuando criticità e possibili rimedi.

Da circa un decennio, nel Meridione d’Italia si sta assistendo a un calo costante del numero delle scuole cattoliche e dei relativi studenti e insegnanti. Questo dimostra che, per quanto riguarda l’istruzione cattolica, c’è una questione meridionale e che la Chiesa la deve inserire tra le priorità dei prossimi anni. Lo ha detto al seminario on line “La scuola vista dal Sud”, che si è tenuto a febbraio di quest’anno, il professore don Guglielmo Malizia, già direttore del Centro studi per la scuola cattolica dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della CEI, che lo ha organizzato. Dalle relazioni pubblicate si possono individuare le cause di questo andamento e le possibili soluzioni.

Come si legge sul fascicolo di documentazione curato dal professore Sergio Cicatelli, coordinatore scientifico del Centro studi, i problemi sono anzitutto demografici ed economici. Nelle regioni meridionali il calo della natalità non è stato compensato dalla presenza di immigrati, che è significativamente minore rispetto al Nord. Di conseguenza, il numero dei figli degli stranieri contribuisce poco al sistema scolastico del Sud. Inoltre, fatta eccezione per la scuola dell’infanzia, dove le percentuali non sono troppo distanti dal Settentrione perché è quella che riceve maggiori contributi pubblici, spesso le famiglie di immigrati non possono permettersi la retta di un istituto paritario.

Un altro problema riguarda il numero delle scuole cattoliche, che, in rapporto alla popolazione, è fortemente inferiore al Meridione rispetto al Nord. A questo si aggiunge la questione delle dimensioni degli istituti, che al Sud sono decisamente ridotte, fattore di debolezza se si considerano le entrate limitate per lo scarso numero di iscritti. Il caso più estremo è quello delle scuole secondarie di II grado cattoliche, che contano mediamente meno di cinquanta studenti; forse il motivo è che l’offerta è incentrata soprattutto sui licei, poco sugli istituti tecnici e quasi per niente su quelli professionali (molto più diffusi nelle regioni settentrionali).

La professoressa Luisa Ribolzi, sociologa dell’educazione, ha indicato delle direzioni operative per il sistema di istruzione cattolica meridionale, che comunque condivide molti problemi con quello statale. Per quanto riguarda il numero ridotto di alunni per scuola, si potrebbe specializzare gli istituti in certi livelli o indirizzi, concentrando gli alunni, e inserirli in una struttura di rete, anche in un sistema integrato statali/paritarie; l’ostacolo potrebbe essere la difficoltà di spostamento. Poi, andrebbe modificata l’offerta delle secondarie di secondo grado, troppo incentrata sui licei e poco sugli istituti tecnici e professionali; è vero che questi indirizzi si sviluppano dove c’è un certo tessuto produttivo, ma fanno anche crescere l’imprenditorialità dei giovani. Infine, occorre far diventare le scuole espressione di una comunità che condivide gli stessi valori, coinvolgendo la chiesa locale, le famiglie, le associazioni. In una situazione apparentemente senza via d’uscita, la scuola cattolica deve diventare un soggetto attivo che si impegna a far fronte alle sfide dei nostri tempi.

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