Riflessioni sul costruzionismo per una civiltà senza fondamenta trascendenti
Riflessioni sul costruzionismo per una civiltà senza fondamenta trascendenti
Più di un secolo fa, Nietzsche annunciò che Dio era morto. Non si trattava di ateismo trionfante né di provocazione fine a sé stessa: era una diagnosi. La civiltà occidentale aveva smantellato pezzo dopo pezzo il fondamento su cui aveva edificato, per due millenni, il proprio senso di giustizia, di verità e di unità del sapere. La scienza, la critica storica, la secolarizzazione avevano eroso la plausibilità di un ordine trascendente. Ma nessuno si era ancora fermato a chiedersi: e adesso?
Giustizia senza tribunale divino
La prima conseguenza riguarda la giustizia. Finché esisteva un Dio garante dell’ordine morale dell’universo, l’ingiustizia terrena era tollerabile: il tiranno che sfuggiva ai tribunali, la crudeltà silenziosa, la violenza strutturale trovavano comunque un giudice finale. Dio era la corte suprema dell’universo. In assenza di quel giudice, l’unica giustizia disponibile è quella che gli esseri umani riescono a costruire, con tutti i suoi limiti: prove mancanti, corruzione, squilibri di potere. Senza un tribunale divino, l’ingiustizia è spesso semplicemente definitiva. È l’ossessione di Ivan Karamazov, e di Dostoevskij con lui: se Dio non esiste, nessuno risponderà mai delle lacrime di un bambino.
Il sapere senza garante
La seconda conseguenza tocca la struttura del sapere. Cartesio divise la realtà in mente e materia, e Dio era il ponte tra i due mondi. Senza di Lui, quella tensione è diventata frattura. La risposta dominante della modernità è stata eliminare uno dei due poli — quasi sempre la mente, ridotta a sottoprodotto del cervello. Il materialismo ha vinto non perché ha risolto il problema, ma perché era la soluzione più semplice. Il dibattito attuale sull’Intelligenza Artificiale ne è lo specchio: chi ritiene che bastino dati, statistica e computazione per ottenere un’intelligenza cosciente e critica ha già scelto, senza dirlo, da quale parte stare nella vecchia disputa cartesiana.
Il costruzionismo come alternativa
Dio era il principio di unità che teneva insieme giustizia e storia, mente e materia, senso e fatti. La tentazione, di fronte alla sua assenza, è il rimpianto o il cinismo. Ma esiste una terza via: accettare che il lavoro di unificazione spetta ora interamente all’essere umano. Questa posizione si può chiamare costruzionismo.
Costruito non significa arbitrario. È il malinteso che riduce ogni cosa non trovata a invenzione, e ogni invenzione a capriccio. Ma una cattedrale non è arbitraria perché l’hanno costruita gli uomini, e una costituzione non è capricciosa perché non è scesa dal cielo. Le strutture edificate — morali, conoscitive, politiche — valgono per come reggono il peso, non per chi ha firmato il progetto. Il costruzionismo rifiuta sia la riduzione della mente al cervello, sia la delega passiva al trascendente.
La parabola dei talenti
C’è poi una questione di tempo. La fede nella provvidenza permetteva di delegare il tempo lungo a Dio. Senza quella delega, la progettualità acquista un’urgenza nuova: ciò che non viene costruito non sarà costruito da nessun altro.
Qualcuno obietterà che è superbia. Ma il Vangelo dice il contrario. Nella parabola dei talenti, il Signore non premia il servo che restituisce intatto il talento ricevuto: lo condanna. Premia chi ha rischiato, investito, costruito. Il servo che il Vangelo chiama pigro e malvagio si difende dicendo di aver avuto paura. È sempre la paura, travestita da prudenza, a far seppellire i talenti e sotterrare il progetto umano.
Se Dio esiste, il costruttore si presenta al Creatore con il frutto di uno sforzo autentico: istituzioni edificate con fatica, non ricevute per obbedienza passiva. La teologia passiva — quella che aspetta la giustizia divina, che si affida a Dio per tenere insieme il sapere — rischia di essere, proprio secondo la logica della parabola, una forma di timidezza travestita da pietà.
Il Cardinale Martini raccomandava l’inquietudine morale. Ad essa va accostata l’irrequietezza intellettuale: quella che non si accontenta di ciò che è già stato pensato e si rimette al lavoro. Se Dio non c’è, costruire è tutto ciò che rimane. Se Dio c’è, costruire è ciò che Dio si aspetta. Questa è la vera scommessa del nostro tempo.
Tratto da Avvenire