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La segretezza della Confessione non ammette eccezione alcuna

La Penitenzieria Apostolica ha diffuso una nota sull’importanza del foro interno e sull’inviolabilità del sigillo sacramentale.

“Si è diffusa negli ultimi decenni una certa bramosia d’informazioni, quasi prescindendo dalla loro reale attendibilità e opportunità, al punto che il mondo della comunicazione sembra volersi sostituire alla realtà, sia condizionandone la percezione, sia manipolandone la comprensione. […] Invocando di fatto, quale ultimo tribunale, il giudizio dell’opinione pubblica, troppo spesso sono rese note informazioni di ogni genere, attinenti anche alle sfere più private e riservate, che inevitabilmente toccano la vita ecclesiale, inducono – o quanto meno favoriscono – giudizi temerari, ledono illegittimamente e in modo irreparabile la buona fama altrui, nonché il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità […]. In tale contesto, sembra affermarsi un certo preoccupante pregiudizio negativo nei confronti della Chiesa Cattolica […]. Questo pregiudizio […] si traduce talvolta nell’ingiustificabile pretesa che la Chiesa stessa, in talune materie, giunga a conformare il proprio ordinamento giuridico agli ordinamenti civili degli Stati nei quali si trova a vivere, quale unica possibile garanzia di correttezza e rettitudine.”

La Penitenzieria Apostolica ha diffuso una nota, approvata da Papa Francesco, sull’importanza del foro interno e sull’inviolabilità del sigillo sacramentale e con queste parole introduce una serie di precisazioni in merito al sigillo sacramentale e all’inviolabile segretezza della Confessione, alla riservatezza connaturata al foro interno extra-sacramentale (ad esempio, quando si chiedono consigli di discernimento spirituale), ai segreti professionali e ai limiti propri di ogni altra comunicazione.

“L’inviolabile segretezza della Confessione proviene direttamente dal diritto divino rivelato e affonda le radici nella natura stessa del sacramento, al punto da non ammettere eccezione alcuna nell’ambito ecclesiale, né, tantomeno, in quello civile. […] I sacerdoti, nella celebrazione dei sacramenti, agiscono in persona Christi capitis, ossia nella persona stessa di Cristo capo […]. Ogni penitente che umilmente si rechi dal sacerdote per confessare i propri peccati testimonia così il grande mistero dell’Incarnazione e l’essenza soprannaturale della Chiesa e del sacerdozio ministeriale, per mezzo del quale Cristo Risorto viene incontro agli uomini, tocca sacramentalmente – cioè realmente – la loro vita e li salva. Per tale ragione, la difesa del sigillo sacramentale da parte del confessore, se fosse necessario usque ad sanguinis effusionem, rappresenta non solo un atto di doverosa lealtà nei confronti del penitente, ma molto più: una necessaria testimonianza – un martirio – resa direttamente all’unicità e all’universalità salvifica di Cristo e della Chiesa.”

In un’intervista a Vatican News, il penitenziere maggiore cardinale Mauro Piacenza ha spiegato il motivo della pubblicazione di questo documento, che ha l’obiettivo di trasmettere idee chiare a tutti coloro che sono ministri del sacramento della Confessione, ridare maggior fiducia ai penitenti che si vengono a confessare e aiutare la causa del sacrificio di Cristo che è venuto a togliere i peccati del mondo.

“Da un po’ di tempo aleggiano alcuni discorsi, fatti in determinati ambienti, se il confessore non possa o addirittura non abbia il dovere – eventualmente riceva determinate accuse del penitente – di denunciare o costringere, per poter dare l’assoluzione, il penitente stesso ad autodenunciarsi. Ora, qui siamo in un foro sacramentale e in un foro sacramentale non ci può essere nessuna concessione, perché il sacerdote non è il padrone della Confessione, ma agisce in nome di Dio: nessun uomo potrebbe mai assolvere dai peccati, ma è soltanto Dio che assolve.”

Leggi qui il testo completo della nota

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