Secondo Marco Pappalardo la ripartenza della catechesi dovrebbe cominciare dall’ascolto di ciò che i ragazzi hanno vissuto durante l’estate
Secondo Marco Pappalardo la ripartenza della catechesi dovrebbe cominciare dall’ascolto di ciò che i ragazzi hanno vissuto durante l’estate
Con la fine delle vacanze tornano gli orari fissi, le agende piene e le prime riunioni di programmazione. Su Vino Nuovo, Marco Pappalardo invita le comunità a non trattare settembre come un punto di partenza da zero: l’estate, sostiene, non è stata un tempo vuoto, e ciò che vi è maturato merita di essere ripreso prima che si scrivano i calendari del nuovo anno.
Fermarsi è una forma di cura
Che d’estate si fermino il catechismo settimanale, gli appuntamenti dei gruppi e le riunioni è, per l’autore, ragionevole. Chi non stacca mai finisce nella routine e rischia di spegnersi: sospendere in parte le attività ordinarie non equivale a una diserzione dalla fede, ma a un modo di aver cura di sé e delle persone che si accompagnano.
Ciò che intanto si muove
Mentre i percorsi ordinari riprendono fiato, altro accade. Le feste patronali e mariane, osserva Pappalardo, sono spesso il momento dell’anno in cui la religiosità popolare intercetta più persone di qualsiasi altra iniziativa pastorale: chi a gennaio non varca la soglia di una chiesa, in agosto cammina dietro la processione. A questo si aggiungono le esperienze scout, i campi, i pellegrinaggi, le missioni giovanili e i grest, che per intensità e per la forma stessa dell’esperienza, cioè stare insieme per giorni lontano dalle abitudini, possono formare più di un anno intero di appuntamenti settimanali.
Raccogliere, non ricominciare
Da qui la distinzione che regge tutto l’intervento. “Raccogliere è un gesto diverso dal ricominciare da capo”, scrive l’autore, e richiede modi propri: dedicare i primi incontri non soltanto ai calendari, ma all’ascolto, chiedendo a ragazzi ed educatori che cosa li abbia colpiti in un campo o in un pellegrinaggio e che cosa vorrebbero portare avanti; verificare la festa patronale domandandosi che cosa abbia funzionato, chi si sia avvicinato, che cosa sia rimasto; e, se dall’estate sono emersi bisogni nuovi, avere il coraggio di correggere il programma già scritto invece di eseguirlo come se nulla fosse accaduto.
Una lentezza che dice qualcosa
Il metodo proposto è più lento di una ripartenza ordinaria, perché impone di ricordare prima di pianificare e di dare nome a ciò che è già cresciuto, invece di gettare subito nuovi semi. Proprio in quella lentezza, conclude Pappalardo, si vede la differenza fra una comunità che ha semplicemente atteso la fine delle vacanze e una che le ha attraversate con consapevolezza.
Tratto da Vino Nuovo