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Lo sfruttamento delle migranti venezuelane in Colombia

La loro situazione precaria ha contribuito al cosiddetto sesso di sopravvivenza, moneta di scambio per i beni di prima necessità.

Secondo l’Onu, più di cinque milioni e seicentomila venezuelani hanno abbandonato la propria patria, un paese che continua a vivere una complessa crisi sociale e umanitaria ed è diventato il più grande generatore mondiale di migranti dopo la Siria. Vanno soprattutto nella vicina Colombia e in Perù, mentre altri giungono in Ecuador, Cile, Argentina, Brasile, Repubblica Dominicana, Panama, Costa Rica, Messico e anche negli Usa, in Spagna e in Italia. Nell’ondata migratoria iniziata nel 2015 ed esplosa nel 2018, lo hanno fatto soprattutto a piedi attraversando fiumi, selve e montagne con in spalle tutto ciò che sono riusciti a caricarsi.

Come riporta la rivista Missioni Consolata, quasi la metà del totale di queste persone sono femmine e per loro l’inserimento sociale nel nuovo paese presenta insidie e pericoli aggiuntivi, legati soprattutto all’immagine ipersessualizzata della donna venezuelana, spesso considerata come uno standard di bellezza da eguagliare, e dal machismo intriso nelle società latinoamericane. Negli ultimi anni, lo sfruttamento sessuale è diventato per loro particolarmente grave in Colombia, dove nel triennio 2017-2019 ci sono stati trecentoquarantanove decessi, uno ogni tre giorni, di cui un terzo assassini, poi incidenti, suicidi e morti naturali. Circa la metà dei casi di morti violente si concentrano proprio nei dipartimenti di confine legati alle rotte migratorie.

La donna venezuelana vittima di femminicidio in terra colombiana ha in media ventisette anni, non è sposata e ha una situazione lavorativa precaria. Questa situazione ha contribuito al cosiddetto sesso di sopravvivenza, speso come moneta di scambio per ottenere beni di prima necessità: alimenti, medicinali, trasporto, alloggio. Chi torna in patria dopo quest’esperienza traumatica, si porta dietro, oltre alla fatica della migrazione, anche l’umiliazione e la sofferenza che non potrà mai condividere con i propri familiari.

Quest’anno, nonostante la pandemia, si è però accesa una luce di speranza, perché il presidente della Colombia Iván Duque ha presentato una bozza di decreto per creare uno statuto temporaneo di protezione per i migranti venezuelani, che regolarizzerebbe con un meccanismo di protezione legale temporanea valido per dieci anni quelli entrati nel paese in condizione di irregolarità prima del 31 gennaio 2021. Per loro è di certo un miglioramento della propria situazione, ma non risolve il grave problema della vulnerabilità del corpo delle donne.

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