Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

È solo l’amore liberamente vissuto a introdurci nella vita eterna

La libera obbedienza di Gesù alla volontà di Dio esige una vita di giustizia e di amore gratuito e perseverante fino alla fine.

L’uccisione di Gesù sulla croce è apparsa uno scandalo, un inciampo per la fede nel Messia. Eppure, per il cristiano è proprio il crocifisso ciò che ha raccontato Dio (cf. Gv 1,18): Cristo ha trasformato uno strumento di esecuzione capitale nel luogo della massima gloria, “per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, il diavolo, e liberare così quelli che, per paura della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15). Ma com’è stato possibile che un uomo crocifisso venisse adorato quale Salvatore?

Ludwig Monti, monaco del Monastero di Bose, risponde a questa domanda partendo dalla considerazione che i vangeli ci dicono che Gesù è andato verso la morte non per caso né per necessità: Egli aveva preannunciato la propria fine, la fine dei profeti. Di fronte al precipitare degli eventi, era libero di tornare in Galilea, oppure di arrendersi e continuare nel tempio il suo ministero. Invece no, Gesù è andato verso la morte nella libertà e per amore: “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1).

«Gesù ha più volte annunciato che la sua passione “era necessaria”. Lo era però di una “necessità” precisa, innanzitutto umana: in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere perseguitato e, se possibile, ucciso, come si legge nei primi due capitoli del libro della Sapienza. Gesù avrebbe potuto tacere o smentire tutta la sua vita, passando dalla parte degli ingiusti. Restando invece fedele alla volontà di Dio, continuando a fare il bene in modo unilaterale, poteva solo preparare il suo rifiuto: da parte del potere romano, che lo riteneva una minaccia alle pretese totalitarie dell’imperatore; da parte del potere religioso giudaico, che non sopportava il volto di Dio da lui narrato.»

La libera scelta da parte di Gesù di seguire la volontà del Padre, ovvero quella di un amore gratuito e perseverante fino alla fine, esige una vita di giustizia e di amore, anche a costo della condanna e persino della morte. Gesù non si è sottratto a questo rischio, insegnandoci che quando si vivono l’amore e la libertà non si deve temere nemmeno la morte, anche se ci fa paura. Fratel Ludwig continua chiedendosi perché Gesù è stato risuscitato. Il Padre ha risposto all’amore e alla libertà vissute liberamente dal Figlio richiamandolo dai morti alla vita senza fine: “Dio ha risuscitato Gesù, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere” (At 2,24).

«Non ci è dunque chiesto se non una cosa: seguire Gesù Cristo fino alla fine, osservando con attenzione e meraviglia il suo comportamento anche e soprattutto durante la passione, frutto di un’intera esistenza vissuta con quello stile. Così potremo tendere a incarnare nella nostra esistenza il suo vangelo, vangelo che è la libertà di amare (cf. Gal 5,13), in vita e dunque oltre la morte. Con la stessa passione di Gesù per la libertà e l’amore. Troppo tardi, purtroppo, si comincia a capire che della propria vita si può salvare solo l’aver amato e l’essere stati amati nella libertà, mentre le altre cose non danno senso, non forniscono una ragione per cui valga la pena vivere. Se comprendessimo che sarà solo l’amore che avremo liberamente vissuto a introdurci nella vita eterna, allora la nostra vita cambierebbe.»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print