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Lo spazio sacro minimalista serve all’uomo di oggi?

Dalle sperimentazioni liturgiche di Romano Guardini allo stile minimalista delle chiese contemporanee.

Tra il 1927 e il 1928, un’intera ala del castello medievale di Rothenfels, in Germania, viene ripensata dal teologo Romano Guardini e dall’architetto modernista Rudolf Schwarz per creare degli spazi adeguati alle loro sperimentazioni liturgiche. Per gli incontri del movimento della gioventù cattolica tedesca Quickborn non erano adatti gli ambienti allestiti con apparati decorativi barocchi. Occorreva un nuovo rapporto tra liturgia e architettura, basato su idee e sperimentazioni che confluiranno, più tardi, nelle raccomandazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II. La cappella diventa uno luogo luminoso, austero e ordinato, dalla geometria elementare. L’altare diviene il centro, il punto generatore, e lo spazio assembleare converge verso di esso.

“Questi cambiamenti radicali rispetto all’organizzazione tradizionale degli spazi nelle precedenti tipologie promuovono nuovi comportamenti grazie ai quali i fedeli diventano essi stessi protagonisti dell’azione liturgica. Appare logico, allora, che si stabilisca una naturale affinità elettiva con i linguaggi espressivi del Movimento Moderno. Il rigore planimetrico, la chiarezza dei tracciati geometrici, la luce come generatrice degli spazi indicano un vocabolario semplice e immediato che allontana per sempre le sovrastrutture dei segni «contorti» del passato.”

Così Luoghi dell’infinito spiega queste modifiche rispetto alle tipologie ecclesiali del passato, in sintonia con le sperimentazioni e le ricerche delle Avanguardie artistiche attive in quegli anni. In un articolo su Avvenire, l’artista Raul Gabriel affronta la questione di questo stile minimalista reiterato nell’architettura sacra contemporanea, a quasi un secolo di distanza dalle sperimentazioni purificatrici di Guardini e Schwarz.

“Ci sono edifici straordinari sotto il profilo architettonico, di grande impatto visivo ed emotivo. Spazi che individuano il sacro nella rarefazione assoluta di pareti rese impalpabili dalla luce. È – mi chiedo – una architettura alla ricerca dell’incontro? O invece cerca, nel segno di una immacolata pulizia formale, la dichiarazione di distanza, talvolta in una negazione totale di ogni interazione possibile? La ricerca estetica può essere la più pura, ma non è detto che prenda direzioni favorevoli all’uomo e alla sua relazione col mistero. Perché il mistero cristiano non è «puro». Al cristianesimo dovrebbe interessare una relazione col mistero che è compromissione, interazione, osmosi carnale.”

Per Gabriel, la direzione minimalista di una certa architettura sacra continua a seguire un’idea di contemporaneità in realtà datata e vuole esclusivamente dichiarare sé stessa senza tenere in minimo conto la relazione fisica col mistero religioso. I sensi servono a intercettare costantemente i segnali del reale in cui è calato il corpo. Un luogo privo di questi punti di contatto, simboli pulsanti e vibranti di vita, diventa negazione della corporeità e, in definitiva, di ogni possibile relazione. È urgente, quindi, ripensare una potenza formale che non neghi l’uomo.

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