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Nel paese di Mandela cresce il razzismo di africani contro africani

In Sudafrica, colpito dalla crisi economica e dalla corruzione dilagante, la xenofobia contro i migranti genera persecuzioni e violenze.

Scontri, pestaggi, uccisioni, incendi. In Sudafrica, nel paese di Mandela, la violenza xenofoba si scatena improvvisamente, per poi placarsi. A Johannesburg, Durban e, in misura minore, Città del Capo il razzismo di africani contro africani sta crescendo. La crisi economica fa spostare le persone dalla campagna alle baraccopoli delle grandi città, dove trovano altri immigrati poveri. Alcuni politici, per ottenere qualche voto in più, li hanno presi come capri espiatori delle difficoltà del Paese, dicendo che vengono a rubare il lavoro, elevano i livelli di criminalità, gestiscono esercizi commerciali illegali. Pablo Velasquez, scalabriniano che lavora nelle periferie di Johannesburg, spiega a Missioni Consolata:

«Vent’anni di democrazia non hanno risolto i problemi del paese. La differenza tra i ricchi, la maggior parte dei quali bianchi, e i poveri è enorme. La disoccupazione è altissima. In molte zone rurali mancano i servizi di base: acqua, elettricità, linee telefoniche, gas, strade, scuole. […] Ho trascorso qualche periodo in un campo profughi irregolare, dove vivono zimbabweani, mozambicani, somali, etiopi, nigeriani, ghanesi, congolesi. Qui ho toccato con mano il terrore. La gente non si fida a lasciare l’area e ad andare in città per vendere le loro povere merci. Teme di essere maltrattata, picchiata, che le proprie cose siano distrutte».

L’odio etnico si concentra soprattutto sugli africani che vengono da più lontano, come congolesi, eritrei, maliani, nigeriani, somali, forse perché malawiani, mozambicani e zimbabweani si integrano meglio nella società sudafricana. Ma in realtà tutti i migranti sono una risorsa: la Banca mondiale afferma che i quattro milioni di stranieri producono un impatto positivo su occupazione e salari. Padre Filippo Ferraro, scalabriniano che lavora a Città del Capo, osserva:

«In molti sudafricani neri è ancora vivo il senso di inferiorità imposto per decenni dal regime di segregazione dei bianchi boeri. Il fatto di essere stati sempre trattati come “cittadini di serie b” fa sì che la loro frustrazione si riversi sugli immigranti che oggi sono gli ultimi degli ultimi. Molti sudafricani vedono nei nuovi arrivati un nemico da combattere che potrebbe sottrarre loro le poche risorse a disposizione. Così scattano violenti pogrom che distruggono le attività dei migranti e, in alcuni casi, arrivano a uccidere gli stranieri».

La Chiesa cattolica, che rappresenta il 10% della popolazione, sta facendo sentire la sua voce. Monsignor Buti Tlhagale, arcivescovo di Johannesburg, ha paragonato la xenofobia al nazismo e monsignor Tlhagale, direttore dell’Ufficio migranti e rifugiati della Conferenza Episcopale dell’Africa australe, ha osservato che le autorità hanno fatto ben poco per proteggere le vittime degli ultimi attacchi. La sfida è districare il razzismo dalle rivendicazioni di servizi di base e dalle esigenze dei poveri.

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