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Tante chiese, pochi sacerdoti: alcune soluzioni

Oggi manca una progettualità per far fronte al calo del numero dei preti e la soluzione prioritaria non è il ricorso ai laici.

L’attuale scarsa frequentazione di diverse chiese è destinata, in prospettiva, a estendersi, considerato anche il fatto che le comunità parrocchiali sono sempre più composte da anziani. Inoltre, il calo del numero dei sacerdoti ha reso consolidata la necessità di creare unità pastorali e caricato i preti di gravosi impegni gestionali e finanziari. Come si legge su Avvenire, secondo don Armando Sannino, docente di Teologia della parrocchia al Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis dell’Università Lateranense, in Italia la soluzione non è il ricorso ai laici per far loro guidare la liturgia della Parola o celebrare i funerali, perché questo deve essere un’eccezione pastorale.

C’è consapevolezza del bisogno di rinnovamento, ma al momento siamo in una situazione di stallo. Per don Sannino, il motivo principale è la mancanza di progettualità. Occorre che le diocesi non forniscano solo indicazioni dall’alto, ma accompagnino concretamente le parrocchie. Si deve pensare a soluzioni che coinvolgano sacerdoti e operatori pastorali per creare o consolidare una rete di collegamento, anche virtuale, fra i membri della comunità, perché oggi l’annuncio del Vangelo non può limitarsi agli amboni o alle locandine. Di conseguenza, la parrocchia non si penserebbe più in modo statico, ma dinamico, perché terrebbe conto di una società dove la mobilità ha modificato abitudini e stili di vita delle persone.

Questa comunità aperta può trovare la sua espressione istituzionale nelle unità pastorali, nei decanati o nelle foranie, però questi non vanno considerati come meri aggregatori conseguenti alla carenza di presbiteri. Tra le parrocchie deve esserci sinergia e aderenza con i problemi e le potenzialità del territorio. Inoltre, la guida va affidata esclusivamente al parroco, perché è lui che, presiedendo l’Eucaristia, ricorda a tutti che ogni processo pastorale ha come obiettivo quello di crescere nella comunione in Cristo. Come dice anche don Antonio Cecconi su SettimanaNews, i laici sono molto importanti nel loro supporto alla gestione delle attività, ma bisogna domandarsi se la Chiesa in uscita debba prioritariamente chiedere a loro di coinvolgersi nella missione.

Secondo don Cecconi, il problema della sproporzione tra il numero di preti in servizio e quello di chiese ed edifici da gestire deve essere preso di petto, anche dalla CEI. Bene, quindi, l’unione di più parrocchie sotto una stessa configurazione giuridica, che snellisca la burocrazia sia ecclesiastica che civile. Serve però anche un maggior supporto da parte delle diocesi, magari con équipe dedicate che si occupino delle incombenze amministrative dei parroci. Ma c’è anche una soluzione più radicale: stabilire dei criteri per destinare ad altro uso le chiese, compatibilmente con l’origine sacra dell’edificio, e gli immobili come le case canoniche a favore della comunità; ad esempio: la mancanza di un minimo di fedeli per le celebrazioni e la prossimità ad altri luoghi del culto. In casi estremi, dove mancano caratteristiche storico-artistiche degne di tutela, si può valutarne l’abbattimento, per lasciare posto a usi di pubblica utilità, come parchi giochi. Come ha scritto Papa Francesco nella Laudato si’, «abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini» (n. 203).

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