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In Uganda il lockdown sta ostacolando l’accesso agli ospedali

Anche se il Paese africano è poco colpito dal Covid-19, il blocco dei trasporti pubblici e la paura hanno gravi conseguenze.

Nella difficile gestione della pandemia, tra lockdown e crisi socio-economica, emergono casi in cui il nuovo coronavirus sta diventando davvero dannoso negli effetti collaterali. Ad esempio, in Uganda l’accesso agli ospedali è ostacolato da severe misure di contenimento, soprattutto ai reparti di ostetricia e di pediatria. In questo Paese, il Covid-19 ha colpito molto poco, ma la paura di rivivere le due terribili emergenze sanitarie degli anni Ottanta e Novanta (Aids) e dell’inizio degli anni Duemila (ebola) ha portato le autorità ad attuare una rigida quarantena. Il direttore sanitario del Lacor Hospital della diocesi di Gulu, Martin Ogwang, ha dichiarato all’Agenzia Fides:

«Una delle misure messe in atto è stato il divieto di trasporto pubblico, utilizzato dalla maggior parte delle madri più povere per raggiungere l’ospedale. Anche i pochi che hanno mezzi di trasporto personale hanno comunque bisogno di un’autorizzazione dalle autorità distrettuali per spostarsi. Ciò ha fatto sì che le donne non riescano a raggiungere le strutture sanitarie. I numeri parlano chiaro: a gennaio abbiamo avuto 720 ammissioni al reparto di ostetricia, ad aprile 475; sempre a gennaio 600 ammissioni al reparto di pediatria contro i 300 in aprile. La frequenza in ospedale si è quindi ridotta della metà.»

Il problema non è solo legato ai trasporti, ma anche alla paura che se l’epidemia dovesse scoppiare partirebbe proprio dagli ospedali. Di conseguenza, la gente arriva all’ospedale solo quando ne ha estremamente bisogno e, spesso, quando le condizioni sono gravissime. La pediatra Venice Omona racconta che un bambino di cinque anni in gravi condizioni è stato portato sulla schiena da sua zia per oltre trenta chilometri, camminando per sei ore nel freddo della notte. Lui è stato curato e dimesso, ma per la donna incinta arrivata sanguinante e in stato di incoscienza, dopo ore passate a cercare un trasporto nel cuore della notte, non c’è stato nulla da fare.

«I bambini che vediamo in questo periodo sono molto malati: sono venuti dopo che i genitori hanno cercato, senza successo, di curarli a casa o in piccole cliniche vicine. Arrivano tardi, quando la situazione è grave. La maggior parte di loro ha la malaria, l’anemia, il diabete. […] Se il blocco continua potremmo perdere molti bambini che non riescono a raggiungere l’ospedale in tempo, in particolare neonati o piccoli con malaria e anemia falciforme. Il coronavirus in Uganda è anche questo.»

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