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Valorizzare la liturgia domestica

Dopo il Covid-19 diventeremo migliori? Una serie di riflessioni per una nuova immaginazione del possibile. Parte III.

1. Un appello inaspettato…

La quarantena totale decretata dal governo dal 9 marzo al 18 maggio 2020, a causa del diffondersi dell’epidemia Covid-19, tra le disposizioni emanate aveva previsto la sospensione della celebrazione della S. Messa con il popolo e delle feste, ma non la chiusura delle chiese. Dopo i primi giorni di smarrimento, il papa e molte diocesi e parrocchie si sono attrezzate per trasmettere in TV e online le S. Messe e altri momenti di preghiera; la conferenza episcopale italiana, alcune diocesi, parrocchie e comunità religiose si sono attivate anche per offrire ai fedeli una proposta di liturgia domestica, al fine di accompagnare liturgicamente e spiritualmente i giorni della quarantena totale da trascorrere nelle proprie case.

Superato lo smarrimento iniziale e andando oltre le superficiali rivendicazioni di alcuni circa la libertà religiosa, la quarantena è stata un’occasione propizia per riscoprire che luoghi idonei per la preghiera comunitaria e personale non sono soltanto la chiesa di una parrocchia o la chiesa-santuario di un convento, ma anche le proprie case, dove la famiglia cristiana (se non è “cristiana” solo di nome…) è chiamata a vivere come piccola chiesa domestica, dove la liturgia domestica è uno dei momenti fondamentali della sua vita e della sua crescita. Per coloro, fedeli e pastori, che non amano il contagio con il “virus” del clericalismo, questa pandemia, nonostante i drammi che causa alla salute, all’economia e alla vita sociale, è un appello inaspettato a riscoprire 1) la forma originaria della Chiesa popolo di Dio come Chiesa domestica e 2) la vocazione e missione della famiglia cristiana come chiesa domestica. Su questi due temi vogliamo articolare la nostra riflessione.

2. La Chiesa popolo di Dio come Chiesa domestica

a) Dopo la risurrezione di Gesù e l’evento del dono dello Spirito nel giorno di Pentecoste, i primi cristiani frequentano il Tempio di Gerusalemme (fino al 70 d.C., anno della sua distruzione da parte dell’impero romano) e si radunano nelle case per l’ascolto della Parola di Dio e la testimonianza degli Apostoli, per la preghiera comune, per il pasto comune a cui seguiva la celebrazione della Cena del Signore e per la condivisione dei beni affinché nessuno patisse l’indigenza e la miseria (cf. At 2,42-46; 4,32-35).

La Chiesa nascente, sostenuta dalla presenza dello Spirito, assume così la forma di Chiesa domestica, caratterizzata da uno stile di fraternità, sororità e familiarità; stile – è bene sottolinearlo – che anticipa profeticamente, già qui ed ora, l’escatologia, ovvero la comunione intensa e profonda di tutti con il Signore e la vita nuova in Lui segnata dalla fraternità/sororità, affinché «Dio sia tutto in tutti» (1Cor 15,28). Teniamo presente che il giorno di Pentecoste l’apostolo Pietro nel suo primo discorso-annuncio pubblico sottolinea con chiarezza che la Pentecoste dà inizio «agli ultimi giorni», cioè ci introduce nel tempo dell’escatologia, dove, attualizzando la profezia di Gioele 3,1-5, i credenti, uomini e donne, giovani e anziani, sono chiamati a vivere la sequela di Cristo Gesù nel segno della profezia, cioè di uno stile di vita alternativo, e perciò escatologico (cf. At 2,17ss).

Ecco: la Chiesa nascente assume la forma di Chiesa domestica con i valori della familiarità, fraternità e sororità vissuti nel Signore, non per essere “un segno alla moda”, bensì segno profetico-escatologico, in obbedienza ai tempi nuovi inaugurati dal dono dello Spirito che tutti hanno ricevuto a Pentecoste. Per questo il primo segno profetico-escatologico dei tempi nuovi avviati e anticipati dalla Pentecoste è il progetto evangelico-esistenziale impegnativo di una Chiesa domestica, così come viene delineato in At 2,42-46; 4,32-35, progetto a cui si rifaranno, lungo i secoli fino ad oggi, tutti i movimenti di riforma nella Chiesa popolo di Dio che prenderanno sul serio la sequela di Cristo e il suo Vangelo.

b) D’altronde, nella Chiesa nascente viva è la memoria di Gesù, Fratello, Maestro e Signore, il quale spesso sostava nelle case per annunciare la Parola e porre un segno profetico della presenza paterna e materna del Regno di Dio che libera dalle varie forme di idolatria, di alienazione e di impurità, che gratuitamente perdona perché solo il perdono gratuito apre ad un cammino di conversione verso la vita nuova in Cristo: così infatti avviene nella casa di Pietro a Cafarnao (cf. Mc 1,29-31; 2.1-2), nella casa delle sorelle Marta e Maria (cf. Lc 10,38-42), nella casa di Zaccheo il pubblicano (cf. Lc 19,5-10), in una casa della terra di Gennèsaret dove spiega ai discepoli che ciò che rende impuro sono i progetti malvagi che escono dal cuore della persona umana (cf. Mc 7,17-23), in una casa della regione pagana di Tiro dove incontra una donna pagana a cui le guarisce la figlia posseduta da uno spirito di alienazione (cf. Mc 7,24-30). Gesù sostava nelle case anche per stare a tavola con i giusti e con i peccatori, affinché i giusti (o coloro che si credono tali) sapessero egli è venuto a chiamare i peccatori, a risanare i malati, a dare speranza agli sfiduciati: cosi infatti avviene nella casa di Levi/Matteo (cf. Mc 2,15; Lc 5,29-31) e nella casa di Simone il fariseo (cf. Lc 7,36ss).

Ancora. È in una casa che Gesù afferma che si è suoi fratelli, sorelle e madri, se si ascolta la Parola e si fa la volontà di Dio (cf. Mc 3,31-35; Lc 8,21); ciò vuol dire che si diventa suoi famigliari non per legami di sangue, ma di fede. E infatti, Gesù ha voluto che la sua Chiesa, formata da discepoli e discepole (Lc 6,12-16; 8,1-3), fosse non una monarchia ma una fraternità/sororità («voi siete tutti fratelli»: Mt 23,8; cf. 28,10; Gv 20,17), fondata in Dio e nel suo Figlio nostro Servo, Maestro e Guida. Perciò è al piano superiore di una casa che Gesù mangiò la cena pasquale con i suoi discepoli (cf. Lc 22,7-20 e par.), dove, in un contesto di familiarità, di amicizia («voi siete miei amici»), di comunione intima e profonda, di ospitalità e di servizio (cf. Gv 13,1-17, vedi anche il discorso testamentario in Gv 13,31-16,33 e la preghiera sacerdotale in Gv 17), conferì a quella cena il valore di memoriale-attualizzazione della sua esistenza a tutti offerta, donata e condivisa. È, infine, nella casa di Betania (cf. Mc 14,3-9; Gv 12,1-8) che Gesù viene unto da una donna con un olio profumato molto prezioso, unzione che assume il valore di memoriale-annuncio della preziosità di una vita donata senza misura, fino allo spreco.

c) La memoria viva di Gesù dà origine nella Chiesa nascente alla sua forma domestica, come “casa di Dio”, “famiglia di Dio” (cf. Eb 3,6; 1Pt 4,17), allo stesso modo del popolo di Israele (cf. Es 40,38; Is 5,7; Ez 39,29). Infatti, nonostante il ruolo centrale del Tempio di Gerusalemme, la prima comunità cristiana, cresciuta attorno al nucleo degli Apostoli, organizza la sua vita nelle case, i suoi luoghi di incontro e di assemblee liturgiche avvengono nelle case di cristiani adatte ad ospitare un certo numero di fedeli.

La casa rimane sempre il punto di riferimento stabile anche quando il movimento cristiano si espande oltre Gerusalemme, in Giudea, in Samaria, in Asia Minore, in Macedonia, in Acaia e in Italia. Nella Chiesa nascente il popolo di Dio si struttura in relazione ad una fitta rete di case che si costituiscono come tante “case-Chiese” (domus Ecclesiae) in ogni regione e città, là dove il Vangelo è stato annunciato. Alla base di questa struttura a dimensione familiare vi è la consapevolezza di appartenere alla grande Chiesa di Dio («Alla Chiesa di Dio che è in Corinto…»; «…a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata…», «…ai santi che sono ad Efeso…») di confessare la stessa fede nel Dio di Gesù Cristo e di essere guidata dal collegio degli Apostoli, da coloro che sono i testimoni diretti dell’esistenza terrena di Gesù, della sua morte e della sua Risurrezione. L’insieme delle Chiese domestiche – in comunione tra loro – costituiscono la Chiesa locale di una determinata città, e l’insieme delle Chiese locali – in comunione tra loro – costituiscono a loro volta la Chiesa universale.

Nella Chiesa nascente ogni cristiano, partecipe della vita ecclesiale, è esortato ad entrare nel dinamismo di una “circolarità comunionale” tra dimensione familiare, dimensione locale e dimensione universale del Popolo di Dio; vale a dire: il riunirsi celebrativo nelle case (dimensione familiare) è la forma sorgiva e nel contempo l’attuazione concreta della dimensione locale e universale della Chiesa in quanto tale. L’esperienza della “casa-Chiesa” (domus Ecclesiae) è vissuta come lo spazio in cui le comunità “familiari” maturano la consapevolezza di essere soggetti attivi e corresponsabili (assunzione di ministeri e diaconie per la comunità e l’evangelizzazione) di una Chiesa più ampia: la Chiesa locale presieduta da un apostolo o da un suo delegato, e la Chiesa universale presieduta nell’unità da Pietro e costituita dalla comunione con tutte le Chiese locali. Le assemblee domestiche nelle case sono il luogo privilegiato dell’annuncio, della crescita e della missione della comunità.

In questa visione-progetto di Chiesa comunione e missionaria le parole qualificanti, evocatrici della volontà di Cristo Gesù, sono: fraternità, sororità, familiarità, corresponsabilità. Il contesto familiare fa da sfondo ad una Chiesa-comunione dove nessuno deve sentirsi estraneo; scrive, infatti, l’autore della lettera ai cristiani di Efeso: «voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e famigliari di Dio, edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 3,19-22). Per cui è interessante notare che anche i tratti delineanti le figure più istituzionalizzate che presiedono le comunità, come i vescovi e i presbiteri, rievocano esplicitamente quelli della famiglia, dello sposo e del padre: chi è chiamato ad essere vescovo deve essere uno sposo fedele, un padre capace di educare i figli e di governare la propria famiglia (cf. 1Tm 3,4-5; Tt 1,5-9). Lo stesso vale per i diaconi (cf. 1Tm 3,8-13).

d) Attraverso le testimonianze degli Atti degli Apostoli e delle Lettere paoline conosciamo le “case-Chiese” o Chiese domestiche che nelle varie città sono nate dalla evangelizzazione dell’apostolo Paolo e dei suoi collaboratori. Diamo solo alcuni accenni, indicando i responsabili delle domus Ecclesiae. Nella città di Gerusalemme, oltre alla chiesa-madre formata dal gruppo degli apostoli, da Maria la madre di Gesù, dai fratelli di lui, da alcune donne e altre 120 persone (cf. At 1,12-15), vi è anche la casa di Maria, madre di Giovanni Marco (cf. At 12,5.12-17), e altre domus Ecclesiae, come quella di Mnasone (cf. At 21,15-16). Nella città di Cesarea marittima le comunità si riuniscono nella casa di Cornelio, un centurione romano (cf. At 10), e nella casa del diacono Filippo (cf. At 21,8). Nella città di Filippi, in Macedonia, è la casa di Lidia, commerciante di porpora, il luogo dove si riunisce la comunità (cf. At 16,15; Fil 4,2-3).

Nella città di Tessalonica, sempre in Macedonia, è la casa di Giasone il luogo di riunione della comunità (cf. At 17,5-9; 1Ts 1,1; 2,14-16; 2Ts 1,1). Nella città di Corinto, in Acaia, le comunità si riuniscono nelle case di Tizio Giusto (cf. At 18,8-10; 1Cor 1,14) e di Gaio (cf. Rm 16,23). Nella città di Efeso, in Asia Minore, la casa della coppia di sposi Aquila e Priscilla (o Prisca) – fabbricatori di tende e assidui collaboratori di Paolo anche a Corinto (cf. At 18,2-3.18-19; 1Cor 16,19) – è il luogo di raduno della comunità; gli stessi sposi, poi, nella loro casa di Roma ospiteranno una delle comunità di quella città (cf. Rm 16,3-5; altre comunità di Roma si radunano presso le case di coloro che sono menzionati in Rm 16,14-15). Nella città di Colossi, sempre in Asia Minore, è la casa di Ninfa (nome maschile o femminile?) che offre ospitalità alla comunità cristiana (cf. Col 4,15-16); nella stessa città un’altra comunità, presieduta da Archippo (cf. Col 4,10-17), si raduna nella casa di Filemone (Fm 1-3).

Dunque, la “Chiesa domestica” indica la comunità cristiana che si incontra nelle case (domus Ecclesiae), che diventano un luogo semi-pubblico di riferimento e segno della Chiesa locale e universale. Le domus Ecclesiae sono 1) luogo di ascolto e annuncio della Parola, di catechesi e di formazione alla fede; 2) luogo di preghiera e di celebrazione del battesimo e dell’eucaristia; 3) luogo di fraternità, di ospitalità per tutti e in particolare per i missionari itineranti; 4) luogo di carità, di solidarietà e di aiuto per i poveri, per le famiglie e le comunità più bisognose; 5) punto di riferimento per l’evangelizzazione e l’edificazione della Chiesa.

e) Ma già verso la fine del II secolo la situazione inizia a cambiare. Le parrocchie (case-comunità vicino alle case degli uomini) e – con la pace costantiniana del 333 che decreta la liberalizzazione del culto cristiano – le Basiliche delle grandi città diventano il cuore della comunità ecclesiale, assumendo il ruolo e le funzioni della domus Ecclesiae. Alla casa-famiglia, trascurata come soggetto ecclesiale anche per una mentalità clericale sempre più dominante, resta il compito della preghiera all’interno e della testimonianza all’esterno, per tutto il resto deve rivolgersi alla parrocchia. Questa situazione la troviamo ben consolidata nel IV secolo e, perlopiù, arriva fino ad oggi. Due voci, tuttavia, cercano di mantenere viva la valenza teologico-esistenziale della famiglia come piccola Chiesa domestica: in occidente Agostino, vescovo di Ippona (m. 430), e in oriente soprattutto Giovanni Crisostomo (m. 407), arcivescovo di Costantinopoli, di cui diremo nel paragrafo seguente.

3. La famiglia come piccola chiesa domestica

a) Dobbiamo al concilio Vaticano II e alla riflessione avvenuta nel post-concilio la riscoperta della dignità vocazionale e missionaria della famiglia cristiana come chiesa domestica. Il Vaticano II ne ha parlato in Lumen gentium al n. 11 e nel decreto Apostolicam actuositatem al n. 11; Paolo VI in Evangelii nuntiandi al n. 71; Giovanni Paolo II in Familiaris consortio ai nn. 19; 21; 38; 48-49; Benedetto XVI in vari suoi discorsi; papa Francesco in Amoris laetitia al n. 67. Il Vaticano II sostanzialmente segue la riflessione di Giovanni Crisostomo, il quale descrive la famiglia come piccola Chiesa dove si dispiega la salvezza: «Fa’ della tua casa una Chiesa: poiché dovrai rendere conto della salvezza dei tuoi figli e dei tuoi servi»; «La tua casa diventi una Chiesa, affinché […] si posi su tutti la grazia dello Spirito Santo e ogni pace e concordia proteggano quelli che abitano la casa»; «Cristo sarà presente alla mensa […], e così anche questo luogo si trasformerà in una Chiesa».

Per Crisostomo, inoltre, se la comunità familiare diviene luogo di preghiera non si può non chiamarla Chiesa: «Fa’ della tua piccola casa una Chiesa. Dove infatti ci sono il salmo, la preghiera, i cantici dei profeti non sbaglierà chi voglia chiamare questa riunione una Chiesa». E come nella Chiesa si legge, si ascolta, si medita la Parola di Dio e si cresce nella fede, così anche nella famiglia piccola Chiesa: «Tornato a casa prepara una duplice mensa: una dei cibi, l’altra della sacra lettura»; «Tenere la Bibbia in casa, leggerla raccontandone i contenuti ai familiari, ripetere quanto si è udito nell’omelia in chiesa»; «Se sapremo amministrare così le nostre case, saremo idonei anche ad amministrare la Chiesa: la casa infatti è una piccola Chiesa».

Infine, per Crisostomo, ad immagine della Chiesa, la famiglia si offre come una comunità di amore aperta all’ospitalità: «La meditazione della Parola in famiglia rende presente Cristo, il quale non cerca un soffitto dorato o risplendente, ma l’anima ornata, la mensa abbellita dalla giustizia delle elemosine; nel povero beneficiato è presente Cristo, “perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare”. Una casa dove al pranzo non si invitano citareti o suonatori, ma si usa temperanza, modestia, concordia tra marito, moglie e figli, si espande il profumo del favo di miele della Parola e sopraggiunge il Cristo. In tal modo, mentre la gente di mondo fa della casa un teatro, tu nella tua casa hai un cielo».

b) Tenendo conto delle esortazioni del Crisostomo, desideriamo soffermarci sul valore della liturgia domestica. È importante riscoprire il valore della preghiera in famiglia. Non esiste solo la chiesa parrocchiale o la chiesa-santuario per pregare. Per i cristiani ognuno – a motivo del battesimo e della cresima – è sacerdote in Cristo e quindi è chiamato a pregare per sé e per gli altri, e ogni famiglia – l’abbiamo più volte evidenziato – è piccola chiesa domestica, e questo ancora di più a motivo del sacramento del matrimonio.

E allora ogni famiglia è esortata ad approntare in casa l’“angolo della preghiera”, quello che i nostri fratelli cristiani della chiesa orientale chiamano “l’angolo della bellezza”. In un luogo della casa, su un tavolo o su un mobile o su una mensola si possono collocare una icona del Cristo, una lampada (da accendere per la preghiera), una Bibbia aperta e un fiore. Ecco l’angolo bello, l’angolo da cui, attraverso l’icona, lo sguardo di Dio, con gli occhi del suo Figlio Gesù, veglia sulla famiglia. Non siamo noi a guardare l’icona, ma è l’icona a guardare noi e ad aprirci alla realtà del mondo di Dio manifestatoci nell’umanità del suo Figlio Gesù. In questo angolo la famiglia si riunisce per pregare in un’ora del giorno compatibile con i ritmi di lavoro. Si può pregare seguendo varie modalità. Qui ne proponiamo tre.

– Prima modalità. Leggere il brano del vangelo della liturgia del giorno, breve pausa di silenzio, poi recitare con calma il salmo responsoriale corrispondente e concludere con la preghiera del Padre Nostro, la preghiera dei figli di Dio e dei fratelli in Cristo Gesù (per le indicazioni del vangelo e del salmo del giorno utilizzare il calendarietto liturgico).
– Seconda modalità. Per chi sa utilizzare il libro della Liturgia delle Ore, alle Lodi e ai Vespri invece della lettura breve, leggere il vangelo del giorno alle Lodi e la prima lettura del giorno ai Vespri. Un adattamento per la famiglia della Liturgia delle Ore lo si trova in un buon sussidio curato da R. Bonetti, Anima mia benedici il Signore. Preghiera quotidiana in famiglia, delle edizioni San Paolo.
– Terza modalità. Si può utilizzare un libretto ben fatto, acquistabile nelle librerie cattoliche. Si intitola Amen. La Parola che salva delle edizioni San Paolo, ed esce ogni mese. Questo sussidio contiene: la preghiera delle Lodi del mattino, le letture bibliche della celebrazione eucaristica dei giorni feriali e della domenica con una breve riflessione, la preghiera dei Vespri della sera, la preghiera di Compieta prima del riposo notturno e altre preghiere.

Scrive papa Francesco in Amoris Laetitia al n. 318, dando altri suggerimenti per la preghiera: «Si possono trovare alcuni minuti al giorno per stare uniti davanti al Signore vivo, dirgli le cose che preoccupano, pregare per i bisogni famigliari, pregare per qualcuno che sta passando un momento difficile, chiedergli aiuto per amare, rendergli grazie per la vita e le cose buone, chiedere alla Vergine di proteggerci con il suo manto di madre. Con parole semplici questo momento di preghiera può fare tantissimo bene alla famiglia». Sì, la preghiera in famiglia rafforza la nostra fede in Cristo Gesù e rende saldo il vincolo d’amore tra marito e moglie, tra i genitori e i figli, tra la famiglia e il territorio in cui abita e il mondo intero.

Egidio Palumbo
Mercoledì della spiritualità 2020, Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

Leggi qui le altre parti della serie di riflessioni Dopo il Covid-19 diventeremo migliori?

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