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Vescovi e religiosi brasiliani accusano apertamente Bolsonaro

152 vescovi e 1200 religiosi incolpano il presidente per la gestione della crisi sanitaria e la politica dannosa per più vulnerabili.

La settimana scorsa, una lettera firmata da centocinquantadue vescovi brasiliani, pari alla metà dell’intera Conferenza nazionale, ha rivolto una dura accusa nei confronti del presidente Jair Bolsonaro. Secondo loro, il governo federale è incapace di affrontare la crisi in corso e le sue riforme del lavoro e della sicurezza sociale hanno favorito un’economia neoliberista e i monopoli di piccoli potentati, a scapito dei più vulnerabili e dell’ambiente. Così, una crisi sanitaria senza precedenti e un clima di tensione stanno minando le fondamenta della Repubblica. Ecco alcuni passaggi del testo, tradotti dall’Agenzia S.I.R.:

«L’attuale sistema governativo non pone al centro la persona umana e il bene di tutti, ma difende con intransigenza gli interessi di una economia che uccide (Evangelii Gaudium, 53), incentrata sul mercato e redditizia ad ogni costo. […] Il Governo federale dimostra omissione, disinteresse e rifiuto verso la parte più povera e più vulnerabile della società, vale a dire: indigeni, afro, popolazioni rivierasche, chi vive nelle periferie urbane, nei quartieri popolari e il popolo che vive per strada, a migliaia, in tutto il Brasile. […] Perfino la religione è usata per manipolare sentimenti e credenze, provocare divisioni, diffondere odio, creare tensioni tra le Chiese e i loro dirigenti.»

I vescovi chiedono unità e rispetto delle pluralità, proponendo un ampio dialogo nazionale che coinvolga coloro che credono nei valori dell’umanesimo, della Costituzione federale e di un’economia che miri al bene comune. Al momento, la lettera non è stata firmato dal presidente e dagli altri esponenti della presidenza della Conferenza nazionale episcopale del Brasile, che comunque a metà luglio aveva chiesto pubblicamente al Congresso Nazionale il ribaltamento dei sedici veti posti del presidente Bolsonaro riguardo alla lotta al Covid-19 nei territori indigeni, nelle comunità quilombole e in quelle tradizionali. Pochi giorni fa, anche milleduecento membri di tredici congregazioni religiose, associate in Vivat Brasil, hanno aderito a questa richiesta. Su Settimana News si può leggere il testo che esprime la loro protesta, tra cui questo passaggio:

«A causa della risaputa vulnerabilità delle popolazioni indigene, lo Stato avrebbe dovuto evitare che il virus raggiungesse i villaggi, invece non ha adottato nessuna misura per impedire che i cercatori d’oro e di diamanti, i commercianti di legname e gli accaparratori di terre invadessero i territori indigeni, diffondendo il contagio. In questo contesto, è ancora più grave il comportamento genocida del presidente Bolsonaro che ha posto il veto sulla fornitura di acqua potabile, il cibo e i letti d’ospedale alle popolazioni tradizionali.»

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