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Il vescovo di Livorno apre ai matrimoni in casa

Questo segnale di accoglienza mira a togliere la pressione di certi modelli culturali e sociali sulle nozze, nel rispetto delle prescrizioni canoniche.

Al giorno d’oggi, il matrimonio in chiesa è spesso legato all’estetica della cerimonia, al servizio fotografico e al ricevimento. Il sacramento è diventato, nella percezione di molti, una questione soprattutto di soldi. Anche se la sua celebrazione non costerebbe più di un’offerta alla parrocchia, questo aspetto contribuisce a far sì che le nozze religiose siano ormai superate da quelle civili: queste ultime, infatti, si attestavano al 2,3% nel 1970, al 36,7% nel 2008 e al 52,6% nel 2019.

Così, il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, ha dato facoltà ai sacerdoti della sua diocesi di sposare in casa, in presenza anche dei soli testimoni, con l’intenzione di far percepire ai fidanzati che il luogo non è un motivo valido per rinunciare alla cerimonia religiosa. Come riporta Avvenire, egli ha spiegato che questa motivazione non è l’unica che porta alla scelta di non celebrare il proprio matrimonio in chiesa. L’evento è, infatti, divenuto più privato e intimo e si fatica a comprendere perché si debba farlo con un rito pubblico davanti a un’autorità ecclesiastica o civile.

Chi convive o è si è unito in comune ha quindi una possibilità per superare una difficoltà che talvolta è causata dalla pressione imposta da certi modelli culturali e sociali. Questo segnale di accoglienza non significa che non si debba preferire le nozze nei luoghi di culto o che si stia ritornando a celebrare matrimoni nella clandestinità. Inoltre, il contesto dovrà essere sempre dignitoso e rispettoso delle prescrizioni canoniche e le coppie dovranno comunque prepararsi al sacramento. Il vescovo Giusti ricorda:

«L’essenziale del Sacramento del matrimonio è la ferma volontà di volersi unire cristianamente per ricevere la grazia di Dio e poter edificare una bella famiglia cristiana. Con questo non si vuol togliere importanza e bellezza alle cerimonie che molti giovani riescono a vivere, ma la Chiesa deve andare incontro a chi non può farlo e rimuovere per quanto possibile tutti quegli impedimenti di natura sociale e morale che inducono molti a scegliere la convivenza».

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