VI Domenica di Pasqua

Anno A

Letture: At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

 

La paura più grande e devastante, quella che fa tremare nella notte, che spalanca occhi e chiude il cuore, quella comune a tutte le creature umane è di restare soli, di essere abbandonati, di non sentire su di sé uno sguardo d’amore. Non avere compagni su una strada, una mano a cui aggrapparsi, una voce che sprona il cuore. E Gesù oggi ci dice: “Non vi lascerò orfani” che è come dire “non sarete mai soli, sarò con voi sempre.”

Non promette una vita senza sofferenze, non proclama che per i suoi andrà tutto bene, promette vicinanza, un “Paraclito”, che è colui che sta accanto, che difende, che sostiene: una presenza continua. Lo abbiamo raffigurato, nell’arte sacra, come lingua di fuoco sui capi chini, ma lo Spirito è impalpabile, leggero come il vento e, come il vento, indescrivibile.

Lo invochiamo come il “dito della mano di Dio” e il pensiero corre al dipinto di Michelangelo, dove il dito di Dio trasmette il soffio vitale ad Adamo, il respiro. Respira con noi Dio, non lontano e inaccessibile, ma dentro, in quel respiro che è vita. Un Dio che si lascia respirare, che è aria non avvelenata, ma ossigeno puro, vento che gonfia le vele, spinta alle nostre fermate, slancio ad ogni tentennamento.

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Don Luigi Verdi

 

Il Vangelo di oggi ci parla dello Spirito Santo, che Gesù chiama Paraclito (cfr Gv 14,15-17). Paraclito è una parola che viene dal greco, che significa nello stesso tempo consolatore e avvocato.

Lo Spirito Santo, cioè, non ci lascia soli mai, sta vicino a noi, come un avvocato che assiste l’imputato stando al suo fianco. E ci suggerisce come difenderci di fronte a chi ci accusa. Ricordiamo che il grande accusatore è sempre il diavolo, che ti mette dentro i peccati, la voglia di peccato, la malvagità. Riflettiamo su questi due aspetti: la sua vicinanza a noi e il suo aiuto contro chi ci accusa.

La sua vicinanza: lo Spirito Santo, dice Gesù, “rimane presso di voi e sta in voi” (cfr v. 17). Non ci abbandona mai. Lo Spirito Santo vuole stare con noi: non è un ospite di passaggio che viene a farci una visita di cortesia.

È un compagno di vita, una presenza stabile, è Spirito e desidera dimorare nel nostro spirito. È paziente e sta con noi anche quando cadiamo. Rimane perché ci ama davvero: non fa finta di volerci bene per poi lasciarci soli nelle difficoltà. No, è leale, è trasparente, è autentico.

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Nel genere letterario dei discorsi di addio, si verificano alcune costanti. Accanto alla benedizione dei figli, alla trasmissione di una eredità, alla consegna di alcune volontà (specialmente la concordia fraterna, l’amore vicendevole), una costante è pure la designazione di un erede, l’elezione di un successore.

Nel Quarto Vangelo, a differenza del Vangelo secondo Matteo, il successore di Gesù non è Pietro. Per Giovanni, vi è una tensione implicita fra istituzione e carisma, tra Pietro e il discepolo amato. Sintomatica è la corsa dei due apostoli al sepolcro vuoto, dove il discepolo amato arriva prima di Pietro, anche se poi lo lascia passare. C’è voluto un supplemento canonico, una seconda conclusione del Vangelo (Gv 21), per giustificare il primato di Pietro.

Nei discorsi di addio di Giovanni, il vero successore di Gesù è un alter Jesus, possiamo dire un “altro Gesù”. “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti, e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altroParaclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce” (Gv 14,15-16).

Parlare di un “altro Paraclito”, significa che anche il Gesù storico, nella sua durata terrena, è stato un avvocato, ed ora continua ad esserlo, spiritualmente. Infatti la prima lettera di Giovanni lo afferma: “Figlioli, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto” (1Gv 2,1).

Il termine greco paràkletos deriva infatti dal verbo parakalèo, “chiamare vicino”, “presso di sé”, e quindi ha un preciso equivalente latino in ad-vocatus, “avvocato” difensore. Questo termine non ha equivalente in ebraico, che lo ricalca dal greco. “Dice un rabbino: Chi compie un precetto si procura un difensore; chi compie una trasgressione si procura un accusatore”.

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Fratel Alberto