Letture: Geremia 20,10-13; Salmo 68; Romani 5,12-15; Matteo 10,26-33
La prima paura da fuggire è degli uomini, cioè di coloro che accusano Gesù e noi di essere del demonio, della tenebra (Mt 10,24-25). Di coloro che giudicano. Di coloro che, puntando sui troppi scandali, sulle troppe incoerenze, sull’inadeguatezza, accusano la Chiesa di essere al capolinea.
Come se esistesse la Chiesa e non, piuttosto, i discepoli. Noi.
La seconda paura è nei confronti di coloro che uccidono il corpo. E quanti ce ne sono! Coloro che ci sfiniscono, che pretendono (dalla linea, alla bellezza, al carattere, di nuovo in pieno nel giudizio!). Il rischio, ammonisce Gesù è di concentrarci talmente tanto su questi giudizi da dimenticare che abbiamo un’anima, dono di Dio. Quanto è trascurata la nostra anima!
La terza paura è quella di non valere. Di non essere amati, di essere sbagliati, di essere inutili, superflui, uno fra miliardi, un nulla assurdo e senza senso. E cedere alla follia del mondo che ci propone di emergere, di contare, costi quel che costi.
Questo è il tempo della testimonianza.
Questo è il tempo di rimettere al centro la nostra fede. Di capire cosa, anche attraverso il caos mondiale, possiamo ridefinire la rotta delle nostre comunità, per passare da un cristianesimo sbiadito e stanco a un cristianesimo che incida nel cuore il Vangelo.
Gesù ci chiede di riconoscerlo davanti agli uomini.
Di rendere visibile, rintracciabile la nostra fede. A volte anche con le parole. Ma, sempre, con la vita e con le scelte, con l’attenzione e la costanza, vivendo la nostra vita con la leggerezza di chi ha scoperto un Dio che ama i passeri.
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La paura è cattiva consigliera
Nella vita di ogni persona la paura occupa inevitabilmente uno spazio profondo. Nasce quando avvertiamo che qualcosa potrebbe ferirci, toccare la nostra serenità, incrinare gli equilibri su cui pensiamo di poter contare. A volte si manifesta davanti alle grandi prove dell’esistenza, altre volte si insinua nelle pieghe più ordinarie delle giornate: nelle relazioni che si complicano, nelle fragilità che emergono, nelle incertezze del futuro, nelle fatiche che sembrano troppo pesanti da sostenere. La paura ci rende vulnerabili, ci fa sentire esposti, e spesso ci induce a difenderci chiudendoci in noi stessi oppure arretrando di fronte alle responsabilità della vita.
Anche la pagina del Vangelo di questa domenica attraversa con realismo questo territorio umano così delicato. Gesù non parla a uomini invincibili, ma a discepoli fragili, esposti, ancora attraversati da dubbi e inquietudini. Egli conosce bene il cuore dell’uomo e sa quanto facilmente la paura possa paralizzare, togliere libertà interiore, spegnere il coraggio della testimonianza. Per questo le sue parole non assumono il tono del rimprovero, ma quello di una vicinanza che sostiene e rialza: «Non abbiate paura». È un invito che ritorna più volte nel Vangelo perché tocca uno dei punti più sensibili dell’esistenza umana.
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Don Gianni Carozza
“Non abbiate paura”: ecco la buona notizia che ci attende questa domenica. Nei vangeli torna più volte questa parola di Gesù, che è esortazione e rassicurazione, promessa e slancio verso il compimento: perché lui è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, come chiosa il Vangelo secondo Matteo (Mt 28,20). In questo stesso Vangelo, dal quale è tratto il nostro brano, altre volte ricorre questo stesso invito.
La paura, che in vari modi attraversa il cammino dei credenti, è superata con la certezza interiore di avere il Signore accanto, di non essere soli, di non essere abbandonati. Questa certezza pertiene alla verità della fede. È il sapere di potersi fidare di Dio, di poter contare sempre e comunque su di lui. È la certezza di sentire che, anche nelle situazioni più dolorose, Dio non ci abbandona, non ci lascia soli in balia del male. È la certezza che può aiutare a dilatare la nostra libertà interiore, la nostra libertà di amare e lasciarci amare.
Nel nostro vangelo Gesù ricorda che quel che è nascosto non può che venire prima o poi alla luce, così come la verità della storia nel tempo emerge. La verità è luminosa e le tenebre non possono vincerla (cf. Gv 1.5).
Gesù esorta a non temere “quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima” (Mt 10,28). Non è un invito alla noncuranza di sé o all’inconsapevolezza. Credo sia piuttosto un incoraggiamento a prendersi tenacemente cura del cuore, del nucleo profondo della nostra esistenza: così possiamo pensare all’anima, a quello spazio interiore in cui Dio ci viene incontro, dove possiamo incontrarlo, e incontrare anche noi stessi in verità. Dio ci viene incontro, e qui Gesù ci narra la cura del Padre per ciascuno, con immagini quotidiane e commoventi insieme: Dio conta i capelli del nostro capo, come a dire che passa il suo tempo a tener conto di ogni dettaglio della nostra vita.
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Sorella Silvia
XII Domenica del Tempo Ordinario
Anno A
Letture: Geremia 20,10-13; Salmo 68; Romani 5,12-15; Matteo 10,26-33
La prima paura da fuggire è degli uomini, cioè di coloro che accusano Gesù e noi di essere del demonio, della tenebra (Mt 10,24-25). Di coloro che giudicano. Di coloro che, puntando sui troppi scandali, sulle troppe incoerenze, sull’inadeguatezza, accusano la Chiesa di essere al capolinea.
Come se esistesse la Chiesa e non, piuttosto, i discepoli. Noi.
La seconda paura è nei confronti di coloro che uccidono il corpo. E quanti ce ne sono! Coloro che ci sfiniscono, che pretendono (dalla linea, alla bellezza, al carattere, di nuovo in pieno nel giudizio!). Il rischio, ammonisce Gesù è di concentrarci talmente tanto su questi giudizi da dimenticare che abbiamo un’anima, dono di Dio. Quanto è trascurata la nostra anima!
La terza paura è quella di non valere. Di non essere amati, di essere sbagliati, di essere inutili, superflui, uno fra miliardi, un nulla assurdo e senza senso. E cedere alla follia del mondo che ci propone di emergere, di contare, costi quel che costi.
Questo è il tempo della testimonianza.
Questo è il tempo di rimettere al centro la nostra fede. Di capire cosa, anche attraverso il caos mondiale, possiamo ridefinire la rotta delle nostre comunità, per passare da un cristianesimo sbiadito e stanco a un cristianesimo che incida nel cuore il Vangelo.
Gesù ci chiede di riconoscerlo davanti agli uomini.
Di rendere visibile, rintracciabile la nostra fede. A volte anche con le parole. Ma, sempre, con la vita e con le scelte, con l’attenzione e la costanza, vivendo la nostra vita con la leggerezza di chi ha scoperto un Dio che ama i passeri.
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La paura è cattiva consigliera
Nella vita di ogni persona la paura occupa inevitabilmente uno spazio profondo. Nasce quando avvertiamo che qualcosa potrebbe ferirci, toccare la nostra serenità, incrinare gli equilibri su cui pensiamo di poter contare. A volte si manifesta davanti alle grandi prove dell’esistenza, altre volte si insinua nelle pieghe più ordinarie delle giornate: nelle relazioni che si complicano, nelle fragilità che emergono, nelle incertezze del futuro, nelle fatiche che sembrano troppo pesanti da sostenere. La paura ci rende vulnerabili, ci fa sentire esposti, e spesso ci induce a difenderci chiudendoci in noi stessi oppure arretrando di fronte alle responsabilità della vita.
Anche la pagina del Vangelo di questa domenica attraversa con realismo questo territorio umano così delicato. Gesù non parla a uomini invincibili, ma a discepoli fragili, esposti, ancora attraversati da dubbi e inquietudini. Egli conosce bene il cuore dell’uomo e sa quanto facilmente la paura possa paralizzare, togliere libertà interiore, spegnere il coraggio della testimonianza. Per questo le sue parole non assumono il tono del rimprovero, ma quello di una vicinanza che sostiene e rialza: «Non abbiate paura». È un invito che ritorna più volte nel Vangelo perché tocca uno dei punti più sensibili dell’esistenza umana.
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Don Gianni Carozza
“Non abbiate paura”: ecco la buona notizia che ci attende questa domenica. Nei vangeli torna più volte questa parola di Gesù, che è esortazione e rassicurazione, promessa e slancio verso il compimento: perché lui è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, come chiosa il Vangelo secondo Matteo (Mt 28,20). In questo stesso Vangelo, dal quale è tratto il nostro brano, altre volte ricorre questo stesso invito.
La paura, che in vari modi attraversa il cammino dei credenti, è superata con la certezza interiore di avere il Signore accanto, di non essere soli, di non essere abbandonati. Questa certezza pertiene alla verità della fede. È il sapere di potersi fidare di Dio, di poter contare sempre e comunque su di lui. È la certezza di sentire che, anche nelle situazioni più dolorose, Dio non ci abbandona, non ci lascia soli in balia del male. È la certezza che può aiutare a dilatare la nostra libertà interiore, la nostra libertà di amare e lasciarci amare.
Nel nostro vangelo Gesù ricorda che quel che è nascosto non può che venire prima o poi alla luce, così come la verità della storia nel tempo emerge. La verità è luminosa e le tenebre non possono vincerla (cf. Gv 1.5).
Gesù esorta a non temere “quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima” (Mt 10,28). Non è un invito alla noncuranza di sé o all’inconsapevolezza. Credo sia piuttosto un incoraggiamento a prendersi tenacemente cura del cuore, del nucleo profondo della nostra esistenza: così possiamo pensare all’anima, a quello spazio interiore in cui Dio ci viene incontro, dove possiamo incontrarlo, e incontrare anche noi stessi in verità. Dio ci viene incontro, e qui Gesù ci narra la cura del Padre per ciascuno, con immagini quotidiane e commoventi insieme: Dio conta i capelli del nostro capo, come a dire che passa il suo tempo a tener conto di ogni dettaglio della nostra vita.
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Sorella Silvia