Letture: Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30
Proviamo a immaginare la scena. Gesù ha appena incassato due delusioni, una dietro l’altra: Giovanni Battista, in carcere, comincia a dubitare di lui; le città dove ha predicato e fatto prodigi non si sono convertite. Un fallimento, detto senza troppi giri di parole.
E qui arriva la sorpresa: Gesù non si dispera, non alza le braccia al cielo per lamentarsi. Prega. E lo fa con una parola che spiazza: “Ti rendo lode”. Non “perché tutto va bene”, ma nonostante tutto vada storto.
Il segreto non è per i più preparati
C’è una frase, in questo Vangelo, che può far storcere il naso: Dio nasconde le cose “ai sapienti e ai dotti” e le rivela “ai piccoli”. Attenzione: non è un elogio dell’ignoranza, né una sfiducia verso lo studio o la cultura. È qualcos’altro.
È la fotografia di un rischio molto concreto: più accumuliamo conoscenze, sicurezze, tecniche di controllo sulla realtà, più rischiamo di credere di bastare a noi stessi. E chi crede di bastare a se stesso, smette di cercare, smette di affidarsi, smette di stupirsi. I “piccoli”, invece, sanno di aver bisogno. E chi sa di aver bisogno, resta aperto.
Non è questione di quanti titoli abbiamo, ma di che postura teniamo davanti alla vita: quella di chi deve controllare tutto, o quella di chi sa accogliere.
Un invito, non un ordine
La parte più bella arriva alla fine, ed è tra le frasi più amate di tutto il Vangelo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”.
Non un rimprovero a chi è stanco. Non una lista di cose da fare per meritarsi una pausa. Solo un invito, aperto a tutti, senza condizioni: venite.
E poi quell’immagine bellissima del giogo — lo strumento che permetteva a due buoi di arare insieme, dividendo il peso. Gesù non promette una vita senza fatica. Promette di portarla con noi, non di guardarci portarla da soli. “Il mio giogo è dolce”, dice. Non perché il peso scompaia, ma perché non lo si porta più da soli.
Per chi lavora nel Terzo Settore, nella carità, nel volontariato
Chi si spende ogni giorno per gli altri — in una parrocchia, in un’associazione, in un ente del Terzo Settore — conosce bene la stanchezza di cui parla il Vangelo di oggi. La fatica di chi semina senza vedere sempre il raccolto, di chi si scontra con la burocrazia, con i fondi che mancano, con la fatica di tenere insieme una squadra di volontari.
Questo Vangelo non è un consiglio per gente stanca di lavorare. È un promemoria per chi rischia di dimenticare per chi e con chi lavora. Il segreto non sta nell’efficienza o nella perfezione organizzativa, ma nella capacità di restare “piccoli”: di non fare tutto da soli, di lasciarsi aiutare, di ricordare che il peso, se condiviso, diventa leggero.
Enrico Albertini
ReteSicomoro.it
C’è una sapienza nascosta, come la linfa nel tronco, una sapienza che non nasce da studi, lauree, dottorati, da poteri esibiti e imposti, ma nasce piuttosto dalla consapevolezza della propria vulnerabilità e fragilità, dalla coscienza della propria stanchezza. Solo “piccoli“ ha davanti Gesù quando pronuncia queste parole, solo un misero gruppetto di discepoli che non sono scappati, uno striminzito numero di poveracci che sono rimasti ad ascoltare le sue parole, a guardarlo negli occhi, per lasciarsi infiammare il cuore. Lo aveva già detto: «Beati voi». «Guai» invece a chi pensa che la vita possa essere posseduta, controllata, spiegata.
«Guai» a chi si illude che umiliando, alzando la voce per imporre il proprio pensiero, occupando i primi posti, abbia raggiunto il suo obiettivo, abbia capito il senso della vita. Anche costui, prima o poi, sarà stanco, anche costui dovrà fare i conti con una debolezza spremuta dalla fatica di mostrarsi perfetto e invincibile.
Dio non ama i perfetti: ai suoi occhi hanno valore coloro che cadono, che si confondono, piegati dallo sforzo di andare avanti senza sapere come, distrutti dall’incertezza del domani. Sono loro i “sapienti”, sono gli uomini e le donne vere, coloro che si sentono soffocati da pesi troppo opprimenti per le loro deboli spalle. Disorientati, schiacciati, respinti, spezzati. A tutti questi Gesù dice: «Venite, sporchi, sudati, affranti, così come siete.
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Don Luigi Verdi
Quante volte la sera guardo la televisione e ascolto le parole di esimi professori di filosofia, eccelsi economisti, illustri scrittori, seguo in silenzio le loro frasi taglienti, definitive, indiscutibili. Nessuna affermazione è introdotta da un «mi sembra…», «a volte ho l’impressione che…», «forse potrebbe essere che…». Mai. Sono sempre parole perentorie, che scendono giù di taglio come accette. Loro sono i sapienti, hanno la barba e la cravatta dei grandi maestri, parlano senza esitare perché sanno tutto.
Ma poi alla fine le cose vanno in tutt’altro modo, le guerre, le epidemie, le crisi sociali non sono mai anticipate, spiegate, evitate da quei comizi saccenti. Sono solo parole che vogliono lucidare la fama di chi parla, parole dette per alzare di altri dieci centimetri il basamento da cui quel filosofo lascia cadere la sua inutile sapienza. Parole al vento.
Ma nel Vangelo di Matteo, 11, 25-30, Gesù dice: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza». Chi non si ammanta di una vanitosa cultura personale, chi non usa la sua conoscenza con la superbia che crede di aver capito tutto, chi nella vita spesso si sente perso, solo, confuso, ecco, quella è la persona che sa ascoltare i semplici e luminosi insegnamenti del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
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Marco Lodoli
XIV Domenica del Tempo Ordinario
Anno A
Letture: Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30
Proviamo a immaginare la scena. Gesù ha appena incassato due delusioni, una dietro l’altra: Giovanni Battista, in carcere, comincia a dubitare di lui; le città dove ha predicato e fatto prodigi non si sono convertite. Un fallimento, detto senza troppi giri di parole.
E qui arriva la sorpresa: Gesù non si dispera, non alza le braccia al cielo per lamentarsi. Prega. E lo fa con una parola che spiazza: “Ti rendo lode”. Non “perché tutto va bene”, ma nonostante tutto vada storto.
Il segreto non è per i più preparati
C’è una frase, in questo Vangelo, che può far storcere il naso: Dio nasconde le cose “ai sapienti e ai dotti” e le rivela “ai piccoli”. Attenzione: non è un elogio dell’ignoranza, né una sfiducia verso lo studio o la cultura. È qualcos’altro.
È la fotografia di un rischio molto concreto: più accumuliamo conoscenze, sicurezze, tecniche di controllo sulla realtà, più rischiamo di credere di bastare a noi stessi. E chi crede di bastare a se stesso, smette di cercare, smette di affidarsi, smette di stupirsi. I “piccoli”, invece, sanno di aver bisogno. E chi sa di aver bisogno, resta aperto.
Non è questione di quanti titoli abbiamo, ma di che postura teniamo davanti alla vita: quella di chi deve controllare tutto, o quella di chi sa accogliere.
Un invito, non un ordine
La parte più bella arriva alla fine, ed è tra le frasi più amate di tutto il Vangelo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”.
Non un rimprovero a chi è stanco. Non una lista di cose da fare per meritarsi una pausa. Solo un invito, aperto a tutti, senza condizioni: venite.
E poi quell’immagine bellissima del giogo — lo strumento che permetteva a due buoi di arare insieme, dividendo il peso. Gesù non promette una vita senza fatica. Promette di portarla con noi, non di guardarci portarla da soli. “Il mio giogo è dolce”, dice. Non perché il peso scompaia, ma perché non lo si porta più da soli.
Per chi lavora nel Terzo Settore, nella carità, nel volontariato
Chi si spende ogni giorno per gli altri — in una parrocchia, in un’associazione, in un ente del Terzo Settore — conosce bene la stanchezza di cui parla il Vangelo di oggi. La fatica di chi semina senza vedere sempre il raccolto, di chi si scontra con la burocrazia, con i fondi che mancano, con la fatica di tenere insieme una squadra di volontari.
Questo Vangelo non è un consiglio per gente stanca di lavorare. È un promemoria per chi rischia di dimenticare per chi e con chi lavora. Il segreto non sta nell’efficienza o nella perfezione organizzativa, ma nella capacità di restare “piccoli”: di non fare tutto da soli, di lasciarsi aiutare, di ricordare che il peso, se condiviso, diventa leggero.
Enrico Albertini
ReteSicomoro.it
C’è una sapienza nascosta, come la linfa nel tronco, una sapienza che non nasce da studi, lauree, dottorati, da poteri esibiti e imposti, ma nasce piuttosto dalla consapevolezza della propria vulnerabilità e fragilità, dalla coscienza della propria stanchezza. Solo “piccoli“ ha davanti Gesù quando pronuncia queste parole, solo un misero gruppetto di discepoli che non sono scappati, uno striminzito numero di poveracci che sono rimasti ad ascoltare le sue parole, a guardarlo negli occhi, per lasciarsi infiammare il cuore. Lo aveva già detto: «Beati voi». «Guai» invece a chi pensa che la vita possa essere posseduta, controllata, spiegata.
«Guai» a chi si illude che umiliando, alzando la voce per imporre il proprio pensiero, occupando i primi posti, abbia raggiunto il suo obiettivo, abbia capito il senso della vita. Anche costui, prima o poi, sarà stanco, anche costui dovrà fare i conti con una debolezza spremuta dalla fatica di mostrarsi perfetto e invincibile.
Dio non ama i perfetti: ai suoi occhi hanno valore coloro che cadono, che si confondono, piegati dallo sforzo di andare avanti senza sapere come, distrutti dall’incertezza del domani. Sono loro i “sapienti”, sono gli uomini e le donne vere, coloro che si sentono soffocati da pesi troppo opprimenti per le loro deboli spalle. Disorientati, schiacciati, respinti, spezzati. A tutti questi Gesù dice: «Venite, sporchi, sudati, affranti, così come siete.
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Don Luigi Verdi
Quante volte la sera guardo la televisione e ascolto le parole di esimi professori di filosofia, eccelsi economisti, illustri scrittori, seguo in silenzio le loro frasi taglienti, definitive, indiscutibili. Nessuna affermazione è introdotta da un «mi sembra…», «a volte ho l’impressione che…», «forse potrebbe essere che…». Mai. Sono sempre parole perentorie, che scendono giù di taglio come accette. Loro sono i sapienti, hanno la barba e la cravatta dei grandi maestri, parlano senza esitare perché sanno tutto.
Ma poi alla fine le cose vanno in tutt’altro modo, le guerre, le epidemie, le crisi sociali non sono mai anticipate, spiegate, evitate da quei comizi saccenti. Sono solo parole che vogliono lucidare la fama di chi parla, parole dette per alzare di altri dieci centimetri il basamento da cui quel filosofo lascia cadere la sua inutile sapienza. Parole al vento.
Ma nel Vangelo di Matteo, 11, 25-30, Gesù dice: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza». Chi non si ammanta di una vanitosa cultura personale, chi non usa la sua conoscenza con la superbia che crede di aver capito tutto, chi nella vita spesso si sente perso, solo, confuso, ecco, quella è la persona che sa ascoltare i semplici e luminosi insegnamenti del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
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Marco Lodoli