XV Domenica del tempo ordinario

Anno C

Letture: Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

Tutti hanno visto. Tutti sapevano di quel poveraccio lasciato sulla strada mezzo morto: era là per terra, scambiato per un cumulo di stracci da chi avrebbe dovuto fermarsi in nome della sua fede o della sua autorità. Lo hanno visto e son passati oltre, come se il fatto non li riguardasse, forse perché assorti nelle loro speculazioni mentali, forse perché non volevano sporcarsi con il sangue di uno sconosciuto. Uno sconosciuto che però diventa simbolo di una umanità oltraggiata, derubata dei propri diritti, saccheggiata e offesa nel corpo e nell’anima, un’umanità di viandanti che restano tramortiti per strada ancora oggi per le nostre strade. Era “un uomo”, l’uomo, il fratello. A Gesù solo questo interessa.

Dei primi due, persone dabbene e importanti, si dice che uno, il sacerdote, era là per caso: tante sono le cose che avvengono per caso, quelle strane coincidenze che ci portano su una strada invece che un’altra, deviazioni impreviste, appuntamenti mancati che favoriscono altri incontri. La nostra vita è costellata di “casi” più o meno fortuiti, che si sono poi rivelati decisivi, quasi un destino. Peccato che il prete abbia mancato il suo appuntamento con Dio che se ne stava là, ad aspettarlo, chiedendogli soccorso o almeno un po’ di compassione. “Avevo fame, avevo sete, ero malato, prigioniero, ero sul bordo della strada mezzo morto…” dirà poi Gesù. Dio era là.

Anche il levita, l’uomo di potere, volta la faccia e prosegue il suo cammino, indifferente; e Dio sempre là ad ascoltare incredulo quei passi allontanarsi, a piangere di dolore. “Invece un samaritano…” Che meraviglia questo “invece”: una piccola parola che ribalta la storia, rovescia la prospettiva; proprio un samaritano, come dire uno scomunicato, un terrorista, un eretico, che si fa fratello, si curva, si fa carico del poveraccio, se ne prende cura. Differenza abissale dai primi due, distanza siderale tra occhi che vedono davvero e quelli che passano solo sfiorando, tra cuori che sentono il dolore dell’altro come il proprio dolore e quelli chiusi solo sui propri interessi.

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Don Luigi Verdi

 

La storia del buon samaritano ci porta dritto al cuore della questione. Il dottore della legge in realtà chiede a Gesù: «Chi è mio prossimo?». Con questo intende dire: «Chi devo amare davvero?». Dobbiamo amare quelli che sono diversi da noi, per credo o per colore, quelli che magari non seguono le nostre leggi, quelli che ci fanno paura?

Forse oggi abbiamo dimenticato che la storia che Gesù racconta al dottore della legge è carica di scandalo. Chi ascoltava Gesù in Galilea avrebbe percepito il samaritano come un nemico: un eretico, un meticcio (un mezzosangue nato da ancestrali unioni israelite e assire risalenti a centinaia di anni prima). Quindi la parabola domanda: l’altro, il creolo, il vituperato, l’emarginato, può essere messaggero di Dio? La risposta è sì, un sì sonoro. Una risposta che noi, ognuno di noi, “gentile o ebreo”, come dice Shakespeare, deliberatamente dimentichiamo.

Il samaritano è l’unico uomo del racconto che incarna la parola di Dio, vale a dire il suo amore infinito. In tal senso il samaritano è l’unico che è simile a Dio. Né il sacerdote né il levita della storia si fermano e mostrano misericordia. Sta qui lo scandalo, e anche la posta in gioco che Gesù ci pone dinanzi. Gli uomini di Dio, gli officianti, semplicemente passano oltre. In quest’ottica, Gesù probabilmente irrita il dottore della legge che gli pone la domanda. Ma Gesù è sapientemente sovversivo; stravolge i luoghi comuni (in greco tópoi) e spinge le persone a prestare la massima attenzione.

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Lila Azam Zanganeh