XVII Domenica del Tempo Ordinario

Anno A

Con due parabole brevi e lampeggianti Gesù dipinge su un fondo d’oro il dittico lucente della fede. Un contadino e un mercante trovano tesori. Accade a uno che, per caso, tra rovi e sassi e su un campo non suo, resta folgorato dalla gioia. Accade a uno che invece, da intenditore appassionato e determinato, gira il mondo dietro il suo sogno.

Due piccole parabole che poggiano sulla stessa idea di fondo: ciò che Dio ti può dare non ha confronti fra le cose. “Tesoro e perla”, sono nomi inusuali nelle liturgie, lo diresti un linguaggio da pirati e avventure, da favole o da innamorati. Con essi Gesù indica la fede come forza vitale che ti cambia la vita. La fa camminare, correre, perfino volare. Il Vangelo assicura che tutti possono trovare o essere trovati da Dio, sorpresi da una luce sulla via di Damasco oppure dal Dio della normalità, che è nel tuo campo di ogni giorno, là dove vivi, come un contadino paziente.

Trovato il tesoro, l’uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. La gioia è il primo tesoro che il tesoro dona, è la forza che mette in cammino. Ma senza sentori di rinuncia o sacrifici (Gesù non chiede mai sacrifici, nel Vangelo di Matteo li evoca due sole volte e sempre per negarli). La visione di un cristianesimo triste, immaturo e grigio è lontanissima dalla fede solare di Gesù. Niente di quello di prima viene buttato via, il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto! Lasciano molto, ma per avere molto! Non perdono niente, lo investono. Così i cristiani: scelgono, e scegliendo bene, guadagnano.

p Ermes Ronchi

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Proviamo ad immaginare la scena. Un uomo sta lavorando un campo che non è nemmeno suo, magari a giornata, con la schiena curva e la mente altrove, quando la vanga urta qualcosa di duro. Scava ancora, incuriosito, e scopre un tesoro sepolto lì da chissà quanto tempo. Non lo dice a nessuno. Lo ricopre, torna a casa con il cuore che gli batte forte, vende tutto quello che ha – la casa, gli attrezzi, i risparmi di una vita – e compra quel campo. Agli occhi dei vicini sembra un pazzo. Nella sua testa, invece, è l’uomo più fortunato del mondo.

È un’immagine che conosciamo bene anche noi, anche se i tesori che troviamo di solito sono meno luccicanti: un incontro che ci cambia la prospettiva, una parola detta al momento giusto, un lavoro che finalmente sentiamo nostro, una fede che smette di essere abitudine e diventa scelta. Gesù, in questo Vangelo, mette in fila tre piccole parabole – il tesoro nel campo, la perla preziosa, la rete gettata in mare – e con la sua solita capacità di parlare attraverso le cose di ogni giorno, ci racconta cosa significa incontrare il Regno di Dio.

La prima cosa che colpisce è che nessuno dei due protagonisti – il contadino e il mercante di perle – sta cercando qualcosa di straordinario quando tutto comincia. Uno sta arando, l’altro sta facendo il suo mestiere di sempre, in cerca di perle come ne aveva viste tante. Il Regno non si presenta con la fanfara: si nasconde nella routine, nelle giornate che sembrano tutte uguali, e a volte ci vuole un colpo di vanga – un imprevisto, una domanda scomoda, una perdita – per farci accorgere che sotto la superficie c’è molto di più.

E poi c’è la gioia. Il testo lo dice chiaramente: l’uomo vende tutto “pieno di gioia”. Non è una rinuncia amara, un sacrificio a denti stretti. È lo stesso movimento che facciamo quando lasciamo un lavoro sicuro per uno che ci fa battere il cuore, o quando riorganizziamo la nostra vita attorno a un figlio appena nato, o attorno a una relazione che vale la pena custodire. Non ci sentiamo derubati di qualcosa: ci sentiamo, finalmente, nel posto giusto. Vale la pena chiedersi, in questi giorni d’estate che a volte rallentano il passo e lasciano spazio ai pensieri: per che cosa venderei tutto, oggi, con gioia?

La terza immagine, quella della rete, è forse la più scomoda. Perché non parla solo della scoperta, ma anche della selezione che verrà. Nella rete finisce di tutto, il buono e il cattivo mescolati insieme, esattamente come nelle nostre giornate, nelle nostre comunità, nelle nostre stesse vite: convivono generosità e pigrizia, slanci sinceri e piccole vigliaccherie. Gesù non ci chiede di fare da soli la cernita, oggi, giudicando gli altri o giudicandoci con durezza eccessiva. Ci chiede piuttosto di lasciarci portare a riva, fidandoci che qualcuno saprà distinguere, alla fine, ciò che vale da ciò che è solo zavorra.

C’è infine un ultimo dettaglio, quasi di passaggio, che vale la pena non perdere: lo scriba istruito nel Regno dei cieli è come un padrone di casa che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Non si tratta di scegliere tra tradizione e novità, tra ciò che abbiamo sempre creduto e ciò che la vita continua a insegnarci: si tratta di tenere insieme entrambe le cose, con la stessa cura con cui si custodisce un tesoro di famiglia.

Forse questa settimana la domanda giusta non è “che cosa devo cercare?”, ma “sto scavando abbastanza a fondo in quello che sto già vivendo?”.

Il tesoro, spesso, non è lontano. È già nel campo che lavoriamo ogni giorno.

Enrico Albertini

ReteSicomoro.it

 

Il centro della parabola è in una piccola e splendida frase: apò tes charas, spinto dalla gioia. Il bracciante è spinto dalla gioia. La gioia inattesa ed improvvisa di avere scoperto qualcosa di inimmaginabile lo spinge a fare delle scelte drastiche, irrevocabili. Così si presenta il Dio di Gesù, come il portatore di una gioia ineguagliabile.
Ed è la gioia a spingere il bracciante a raccogliere tutti i suoi risparmi per avere denaro sufficiente a comperare il campo in cui è nascosto il tesoro. È la gioia, anche se non viene esplicitata, a muovere il mercante di perle che, nel suo girovagare, trova la perla più preziosa di tutte, e che lo spinge a vendere tutto ciò che ha per averla. Entrambi vendono tutto ciò che possiedono. Poco, per il bracciante. Tantissimo, per il mercante. È un modo esplicito per dire che vale la pena dare tutto ciò che si ha per comprare il campo e la perla. Nulla uguaglia la gioia dello scoprirsi amati da Dio.

Troppe volte, anche nel recente passato, il cristianesimo è stato accostato alla sofferenza, al dolore, al senso del dovere. Siamo tutti pronti a fare l’elenco delle tante belle cose cui abbiamo rinunciato per essere dei bravi cristiani. Siamo morigerati, mortificati, fedeli ad un solo partner, onesti (almeno più degli altri), disponibili…
Che Dio, cortesemente, ne tenga conto. Molti, nel mondo, pensano che la fede sia qualcosa di giusto, di doveroso, di importante. Ma di mortalmente noioso. E se ne tengono a debita distanza, giustamente.

In questa parabola, invece, tutto viene ribaltato. È la gioia che spinge, è la gioia che converte e convince, è la gioia che fa cambiare. Per questa ragione dobbiamo recuperare e praticare la gioia cristiana che non si riduce ad una forte emozione ma che è il frutto di una lunga conversione. La gioia cristiana è una tristezza superata. Sarebbe bello che questa gioia – almeno un poco! – fosse più evidente sui nostri volti, nelle nostre scelte, nei nostri cuori, nelle nostre assemblee…

Paolo Curtaz

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