Letture: Qoèlet 1,2; 2,21-23; Salmo 89; Colossesi 3,1-5.9-11; Luca 12,13-21
Non siamo cambiati: sono passati secoli, abbiamo tecnologie e continue novità che rendono la nostra vita in apparenza più facile e scorrevole, ma il nostro cuore è rimasto quello di sempre, quello convinto che per stare bene basti possedere, che per essere felici bastino soldi e potere. È la tentazione perenne dell’essere umano che pensa di poter comprare tutto, che tutto abbia un prezzo e che assicurarsi il denaro corrisponda a garantirsi una vita tranquilla e senza scossoni. Eppure le ricchezze, nell’Antico Testamento, sono sempre state il segno di una benedizione di Dio, di un premio per una vita onesta e fedele.
Allora forse il nocciolo di questa parabola non sono le ricchezze in sé, ma l’uso che se ne fa, cosa esse diventano per l’essere umano, quale senso assumono. Gesù infatti parla di “cupidigia” che significa bramosia, cioè quel desiderio ininterrotto e continuo di avere, di possedere, di godere. Come se non ci fosse un domani. O meglio, come se il domani fosse esclusivamente nelle nostre mani. Come se il senso della nostra vita si esaurisse in questa sfrenato bisogno di accumulare denaro e sicurezze. Dimenticandoci degli altri, dimenticandoci di Dio. Sottomessi ad una stregoneria dell’io che non lascia spazio ad altro.
Certo, possiamo pianificare, investire, programmare tutto a puntino, così come aveva fatto lo stupido ricco della parabola, ma Gesù sembra chiederci: «È davvero questo che ti fa felice? Pensaci bene, è davvero solo questo che dà vita alla tua vita?
Clicca qui per continuare a leggere questo commento su Avvenire
Don Luigi Verdi
L’illusione di autosufficienza del ricco, nel vangelo di oggi, lo porta a considerarsi un arrivato: “Riposa, mangia, bevi e divertiti“. Ma quale è il vero riposo, quale è la gioia completa per l’animo umano? Come potremmo fare simili affermazioni oggi quando siamo parte di quel 20% dell’umanità che mangia tre volte al giorno, che ha acqua e luce in casa e che può andare a scuola? L’occidente si sta ammalando di autosufficienza. Possiamo urlare nelle piazze che auspichiamo un mondo senza poveri e senza ricchi; ma questo mondo va costruito. Papa Francesco, nella sua Esortazione Evangelii Gaudium scriveva che l’annuncio del Vangelo deve penetrare anche nelle strutture economiche e finanziarie oltre che nelle coscienze: «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide.
Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare.
Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (n.53).
Don A. Fontana
Clicca qui per continuare a leggere questo commento su Sesto Giorno.it
XVIII Domenica del Tempo ordinario
Anno C
Letture: Qoèlet 1,2; 2,21-23; Salmo 89; Colossesi 3,1-5.9-11; Luca 12,13-21
Non siamo cambiati: sono passati secoli, abbiamo tecnologie e continue novità che rendono la nostra vita in apparenza più facile e scorrevole, ma il nostro cuore è rimasto quello di sempre, quello convinto che per stare bene basti possedere, che per essere felici bastino soldi e potere. È la tentazione perenne dell’essere umano che pensa di poter comprare tutto, che tutto abbia un prezzo e che assicurarsi il denaro corrisponda a garantirsi una vita tranquilla e senza scossoni. Eppure le ricchezze, nell’Antico Testamento, sono sempre state il segno di una benedizione di Dio, di un premio per una vita onesta e fedele.
Allora forse il nocciolo di questa parabola non sono le ricchezze in sé, ma l’uso che se ne fa, cosa esse diventano per l’essere umano, quale senso assumono. Gesù infatti parla di “cupidigia” che significa bramosia, cioè quel desiderio ininterrotto e continuo di avere, di possedere, di godere. Come se non ci fosse un domani. O meglio, come se il domani fosse esclusivamente nelle nostre mani. Come se il senso della nostra vita si esaurisse in questa sfrenato bisogno di accumulare denaro e sicurezze. Dimenticandoci degli altri, dimenticandoci di Dio. Sottomessi ad una stregoneria dell’io che non lascia spazio ad altro.
Certo, possiamo pianificare, investire, programmare tutto a puntino, così come aveva fatto lo stupido ricco della parabola, ma Gesù sembra chiederci: «È davvero questo che ti fa felice? Pensaci bene, è davvero solo questo che dà vita alla tua vita?
Clicca qui per continuare a leggere questo commento su Avvenire
Don Luigi Verdi
L’illusione di autosufficienza del ricco, nel vangelo di oggi, lo porta a considerarsi un arrivato: “Riposa, mangia, bevi e divertiti“. Ma quale è il vero riposo, quale è la gioia completa per l’animo umano? Come potremmo fare simili affermazioni oggi quando siamo parte di quel 20% dell’umanità che mangia tre volte al giorno, che ha acqua e luce in casa e che può andare a scuola? L’occidente si sta ammalando di autosufficienza. Possiamo urlare nelle piazze che auspichiamo un mondo senza poveri e senza ricchi; ma questo mondo va costruito. Papa Francesco, nella sua Esortazione Evangelii Gaudium scriveva che l’annuncio del Vangelo deve penetrare anche nelle strutture economiche e finanziarie oltre che nelle coscienze: «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide.
Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare.
Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (n.53).
Don A. Fontana
Clicca qui per continuare a leggere questo commento su Sesto Giorno.it