Letture: Isaia 22,19-23; Salmo 137; Lettera ai Romani 11,33-36; Matteo 16,13-20
Proviamo ad immaginare la scena. Gesù e i suoi sono arrivati fin sotto Cesarea di Filippo, ai piedi del monte Hermon, in un territorio che non è più terra ebraica: qui sorgono templi pagani, grotte sacre ad altri dèi, un paesaggio che parla lingue diverse dalla fede di Israele. È un luogo di confine, e forse Gesù lo sceglie apposta. Certe domande vere si fanno meglio lontano da casa, fuori dagli automatismi di sempre, quando il contesto familiare non ci suggerisce già la risposta pronta.
Per primo Gesù fa una domanda “facile”: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». È il tipo di domanda che facciamo spesso senza rischiare nulla: cosa pensano gli altri, cosa si dice in giro, qual è l’opinione diffusa. I discepoli rispondono volentieri, elencando i sondaggi raccolti per strada: Giovanni il Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Sono giudizi lusinghieri, per carità, ma guardano tutti all’indietro: paragonano Gesù a qualcosa di già noto, di già catalogato. È più comodo così: se Gesù è “come” qualcun altro, non devo lasciarmi scombussolare da lui.
Poi arriva la seconda domanda, quella che cambia il registro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Non più “la gente”, ma “voi”. Non più un’opinione da riferire, ma una risposta da dare in prima persona. È lo stesso salto che facciamo noi, prima o poi, in ogni ambito serio della vita: si può parlare per anni di fede “in generale”, citare quello che dicono il catechismo, il parroco, la tradizione di famiglia — e poi arriva il momento in cui qualcuno, o la vita stessa, ci chiede: e tu, cosa ne pensi davvero? Cosa cambia, nella tua giornata, nel modo in cui tratti le persone, in cui reggi la fatica o il dolore, se Gesù è solo un bel personaggio storico oppure se è qualcosa di più?
A rispondere è Pietro, e lo fa senza giri di parole: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Non è una frase che ha studiato a memoria: è un riconoscimento che gli sgorga da dentro, tanto che Gesù stesso gli dice che non è “carne e sangue” — cioè non è ragionamento umano, buon senso, deduzione logica — ad avergliela suggerita, ma un dono che viene dall’alto. È una parola che vale anche per noi: la fede non è il risultato di uno studio, per quanto lo studio aiuti; è un incontro che ci viene incontro, se lasciamo che ci raggiunga.
E qui succede la cosa più sorprendente. Su questa risposta balbettata, su questo pescatore impulsivo che poche righe più avanti sbaglierà ancora e che di lì a poco rinnegherà tre volte il suo maestro, Gesù costruisce la sua Chiesa: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Non sceglie un fondamento perfetto, sceglie una fede vera, per quanto fragile. È una notizia bellissima per chi, nelle nostre comunità, negli oratori, nelle associazioni, si sente spesso “non abbastanza”: non servono discepoli infallibili, serve gente disposta a dire “tu sei” e a giocarsi la vita su quella parola, un giorno alla volta, con tutte le cadute comprese.
Anche noi, oggi, siamo in un luogo di confine: tra ciò che di Gesù abbiamo sentito dire e ciò che ne pensiamo davvero, tra la fede raccontata e la fede vissuta. La domanda di Cesarea di Filippo non è chiusa in un libro di duemila anni fa. È rivolta, adesso, a ciascuno di noi: e tu, chi dici che io sia?
ReteSicomoro.it
Enrico Albertini
Ci sono domande che bucano il cuore, che arrivano dritte all’anima, dalle quali non si può sfuggire perché sono talmente chiare e precise che non lasciano aperte vie di fuga. Bisogna rispondere con la stessa onestà con cui sono state poste, con la stessa chiarezza e trasparenza. Non interessano i sondaggi a Gesù, non gli importa contare gli adepti o plasmare le sue parole sulle opinioni delle persone per aumentare il numero dei discepoli: no, lui non è fatto di quella pasta che si adegua alle forme più convenienti, sa bene che scontenterà molti e che le sue parole saranno giudicate sovversive e che per questo lo condanneranno.
Cerca altro Gesù: cerca un contatto, una relazione. Non vuole formule teologiche o risposte imparate a memoria: non «cosa pensi di me?», ma «chi sono io per te? Dopo il tempo passato insieme, dopo la strada, i silenzi, il pane condiviso e moltiplicato e tutte le notti, dopo le tue grida di aiuto e quei pochi momenti di abbandono fiducioso, chi sono diventato per te?».
Non è un concetto l’amore, non è una banale definizione o una vuota nozione; non chiede di essere spiegato l’amore: è vita, sangue che scorre nelle vene e nutre ogni cellula, pelle che conosce i brividi, luce che illumina il volto e l’abisso.
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Don Luigi Verdi
Chi è Gesù? Questa domanda centarle per la nostra fede, che in forme diverse percorre tutto il vangelo, risuona nel teso odierno proprio sulle labbra di Gesù: dalla risposta a tale interrogativo dipende la nostra relazione con lui, il Signore della nostra vita.
Mentre si trova a Cesarea di Filipo, città situata nell’estremo nord di Israele, Gesù chiede: «Figlio dell’uomo» Gesù intende riferirsi a quella figura di Salvatore profetizzata da Daniele (cf. Dn 7) e attesa dai credenti di Israele per la fine dei tempi. Ma è importante notare che in questo modo egli prende anche una misteriosa distanza da sé, parlando di sé come di un altro, alla terza persona, senza alcuna autoreferenzialità… I discepoli riportano l’opinione corrente che vedeva in Gesù un profeta (cf. Mt 13,57; 14,5): secondo alcuni egli sarebbe Giovanni il Battezzatore risorto dai morti, come già aveva sostenuto Erode (cf. Mt 14,2); secondo altri sarebbe il nuovo Elia, il grande profeta rapito da Dio in cielo (cf. 2Re 2,1-18); secondo altri ancora in lui rivivrebbe Geremia, il profeta duramente perseguitato dalla classe sacerdotale del suo tempo. Tutte risposte che contengono una parte di verità, ma ancora insufficienti a spiegare la novità, la singolarità di Gesù.
Ecco perché Gesù stesso chiede direttamente ai discepoli: «Voi, chi dite che io sia?». È una domanda posta in tono confidenziale a quanti sono più strettamente coinvolti con lui e dunque dovrebbero conoscerlo in profondità, ben oltre i pareri popolari. Uno solo di loro, Simon Pietro, risponde senza esitazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Egli riconosce in Gesù il Cristo, cioè il Messia, il Re di pace e di giustizia atteso da Israele in favore di tutta l’umanità; non solo, ma discerne in lui il Figlio di Dio, ossia il rivelatore ultimo e definitivo del Padre agli uomini (cf. Gv 1,18). Nella città che prende il nome da Cesare, colui che si faceva chiamare Dio e Signore, Pietro esprime la confessione di fede che coglie in pienezza l’identità di Gesù…
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Enzo Bianchi
XXI Domenica del Tempo Ordinario
Anno A
Letture: Isaia 22,19-23; Salmo 137; Lettera ai Romani 11,33-36; Matteo 16,13-20
Proviamo ad immaginare la scena. Gesù e i suoi sono arrivati fin sotto Cesarea di Filippo, ai piedi del monte Hermon, in un territorio che non è più terra ebraica: qui sorgono templi pagani, grotte sacre ad altri dèi, un paesaggio che parla lingue diverse dalla fede di Israele. È un luogo di confine, e forse Gesù lo sceglie apposta. Certe domande vere si fanno meglio lontano da casa, fuori dagli automatismi di sempre, quando il contesto familiare non ci suggerisce già la risposta pronta.
Per primo Gesù fa una domanda “facile”: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». È il tipo di domanda che facciamo spesso senza rischiare nulla: cosa pensano gli altri, cosa si dice in giro, qual è l’opinione diffusa. I discepoli rispondono volentieri, elencando i sondaggi raccolti per strada: Giovanni il Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Sono giudizi lusinghieri, per carità, ma guardano tutti all’indietro: paragonano Gesù a qualcosa di già noto, di già catalogato. È più comodo così: se Gesù è “come” qualcun altro, non devo lasciarmi scombussolare da lui.
Poi arriva la seconda domanda, quella che cambia il registro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Non più “la gente”, ma “voi”. Non più un’opinione da riferire, ma una risposta da dare in prima persona. È lo stesso salto che facciamo noi, prima o poi, in ogni ambito serio della vita: si può parlare per anni di fede “in generale”, citare quello che dicono il catechismo, il parroco, la tradizione di famiglia — e poi arriva il momento in cui qualcuno, o la vita stessa, ci chiede: e tu, cosa ne pensi davvero? Cosa cambia, nella tua giornata, nel modo in cui tratti le persone, in cui reggi la fatica o il dolore, se Gesù è solo un bel personaggio storico oppure se è qualcosa di più?
A rispondere è Pietro, e lo fa senza giri di parole: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Non è una frase che ha studiato a memoria: è un riconoscimento che gli sgorga da dentro, tanto che Gesù stesso gli dice che non è “carne e sangue” — cioè non è ragionamento umano, buon senso, deduzione logica — ad avergliela suggerita, ma un dono che viene dall’alto. È una parola che vale anche per noi: la fede non è il risultato di uno studio, per quanto lo studio aiuti; è un incontro che ci viene incontro, se lasciamo che ci raggiunga.
E qui succede la cosa più sorprendente. Su questa risposta balbettata, su questo pescatore impulsivo che poche righe più avanti sbaglierà ancora e che di lì a poco rinnegherà tre volte il suo maestro, Gesù costruisce la sua Chiesa: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Non sceglie un fondamento perfetto, sceglie una fede vera, per quanto fragile. È una notizia bellissima per chi, nelle nostre comunità, negli oratori, nelle associazioni, si sente spesso “non abbastanza”: non servono discepoli infallibili, serve gente disposta a dire “tu sei” e a giocarsi la vita su quella parola, un giorno alla volta, con tutte le cadute comprese.
Anche noi, oggi, siamo in un luogo di confine: tra ciò che di Gesù abbiamo sentito dire e ciò che ne pensiamo davvero, tra la fede raccontata e la fede vissuta. La domanda di Cesarea di Filippo non è chiusa in un libro di duemila anni fa. È rivolta, adesso, a ciascuno di noi: e tu, chi dici che io sia?
ReteSicomoro.it
Enrico Albertini
Ci sono domande che bucano il cuore, che arrivano dritte all’anima, dalle quali non si può sfuggire perché sono talmente chiare e precise che non lasciano aperte vie di fuga. Bisogna rispondere con la stessa onestà con cui sono state poste, con la stessa chiarezza e trasparenza. Non interessano i sondaggi a Gesù, non gli importa contare gli adepti o plasmare le sue parole sulle opinioni delle persone per aumentare il numero dei discepoli: no, lui non è fatto di quella pasta che si adegua alle forme più convenienti, sa bene che scontenterà molti e che le sue parole saranno giudicate sovversive e che per questo lo condanneranno.
Cerca altro Gesù: cerca un contatto, una relazione. Non vuole formule teologiche o risposte imparate a memoria: non «cosa pensi di me?», ma «chi sono io per te? Dopo il tempo passato insieme, dopo la strada, i silenzi, il pane condiviso e moltiplicato e tutte le notti, dopo le tue grida di aiuto e quei pochi momenti di abbandono fiducioso, chi sono diventato per te?».
Non è un concetto l’amore, non è una banale definizione o una vuota nozione; non chiede di essere spiegato l’amore: è vita, sangue che scorre nelle vene e nutre ogni cellula, pelle che conosce i brividi, luce che illumina il volto e l’abisso.
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Don Luigi Verdi
Chi è Gesù? Questa domanda centarle per la nostra fede, che in forme diverse percorre tutto il vangelo, risuona nel teso odierno proprio sulle labbra di Gesù: dalla risposta a tale interrogativo dipende la nostra relazione con lui, il Signore della nostra vita.
Mentre si trova a Cesarea di Filipo, città situata nell’estremo nord di Israele, Gesù chiede: «Figlio dell’uomo» Gesù intende riferirsi a quella figura di Salvatore profetizzata da Daniele (cf. Dn 7) e attesa dai credenti di Israele per la fine dei tempi. Ma è importante notare che in questo modo egli prende anche una misteriosa distanza da sé, parlando di sé come di un altro, alla terza persona, senza alcuna autoreferenzialità… I discepoli riportano l’opinione corrente che vedeva in Gesù un profeta (cf. Mt 13,57; 14,5): secondo alcuni egli sarebbe Giovanni il Battezzatore risorto dai morti, come già aveva sostenuto Erode (cf. Mt 14,2); secondo altri sarebbe il nuovo Elia, il grande profeta rapito da Dio in cielo (cf. 2Re 2,1-18); secondo altri ancora in lui rivivrebbe Geremia, il profeta duramente perseguitato dalla classe sacerdotale del suo tempo. Tutte risposte che contengono una parte di verità, ma ancora insufficienti a spiegare la novità, la singolarità di Gesù.
Ecco perché Gesù stesso chiede direttamente ai discepoli: «Voi, chi dite che io sia?». È una domanda posta in tono confidenziale a quanti sono più strettamente coinvolti con lui e dunque dovrebbero conoscerlo in profondità, ben oltre i pareri popolari. Uno solo di loro, Simon Pietro, risponde senza esitazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Egli riconosce in Gesù il Cristo, cioè il Messia, il Re di pace e di giustizia atteso da Israele in favore di tutta l’umanità; non solo, ma discerne in lui il Figlio di Dio, ossia il rivelatore ultimo e definitivo del Padre agli uomini (cf. Gv 1,18). Nella città che prende il nome da Cesare, colui che si faceva chiamare Dio e Signore, Pietro esprime la confessione di fede che coglie in pienezza l’identità di Gesù…
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Enzo Bianchi