XXIII Domenica del Tempo ordinario

Anno C

Letture: Sapienza 9,13-18; Salmo 89; Lettera a Filèmone 1,9b-10.12-17; Luca 14,25-33

Chi ama lo sa, lo sente che il destinatario del suo amore vale molto più della propria vita, sa benissimo che per lui si getterebbe nel fuoco per salvarlo, che darebbe in cambio tutti i suoi averi e tutti i suoi respiri pur di non perderlo.

Chi ama sa tutto questo: non esiste al mondo nulla di più prezioso se non la persona amata, che va riparata, difesa, strappata dalle mani di qualsiasi predatore, anche a costo della vita. Così scriveva Pierpaolo Pasolini: “…benché sembri assurdo, per un simile affetto, si potrebbe anche dare la vita. Anzi, io credo che questo affetto altro non sia che un pretesto per sapere di avere una possibilità – l’unica – di disfarsi senza dolore di se stessi.”

E cosa ci chiede oggi Gesù se non di saltare a piè pari nel suo amore, di “disfarci della nostra vita” con i suoi legami e pesantezze per affidarci leggeri, cioè liberi, a Lui? Il nocciolo di questi versetti che oggi leggiamo e che possono sembrarci duri e perentori, credo sia proprio in quelle prime parole di Gesù: “…Se non mi ama di più” come se dicesse: “Vorrei per te essere quel che tu sei per me, che mi amassi come io ti amo.” Più amore, un po’ di più, di un amore incondizionato in cui l’unica condizione è amare smisuratamente; un amore in cui tutti gli altri amori si riflettono e acquistano una peso specifico diverso, più leggero e più intenso.

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Don Luigi Verdi

 

Durante il suo cammino verso Gerusalemme, Gesù vede che una folla numerosa lo segue. Non si lascia sedurre dall’entusiasmo del momento, ma coglie l’occasione per una catechesi forte e provocatoria, incentrata sulla decisione, sulla sapienza e sulla necessità di scegliere bene.

L’evangelista Luca è molto preciso nell’elencare i legami da cui è necessario distaccarsi: padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle, perfino la propria vita. Si tratta di un elenco intenso, volutamente provocatorio. Luca, a differenza di Matteo (cfr. Matteo 10,37), non attenua l’espressione: conserva il verbo “odiare”, nella sua forma paradossale. È evidente, tuttavia, che il senso non è quello letterale: non si tratta di odiare, ma di preferire Cristo a tutto e a tutti, di stabilire una gerarchia affettiva in cui il Regno ha il primo posto. Luca intende sottolineare così quanto radicale e concreto debba essere il distacco: non solo affettivo, ma esistenziale, interiore. La sequela chiede libertà profonda.

Il riferimento alla croce chiarisce fino a che punto deve giungere la disponibilità del discepolo: seguire Gesù significa accettare il sacrificio reale e totale di sé. Non si tratta di idealismi spirituali, ma di una disposizione concreta a donare la vita, come ha fatto lui. La croce, infatti, è il segno più alto della libertà e dell’amore: è lì che la sequela si compie pienamente.

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Don Gianni Carozza