XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Anno A

Gerusalemme: riaprono le scuole cristiane dopo la tensione sui permessi

Oltre 70 insegnanti palestinesi senza autorizzazione d’ingresso avevano bloccato l’avvio dell’anno scolastico.

Il 1° settembre 2026 le scuole cristiane di Gerusalemme non hanno aperto le porte agli studenti per protesta: più di 70 tra docenti e personale amministrativo, tutti residenti in Cisgiordania, non avevano ricevuto il rinnovo del permesso necessario per entrare in Israele e raggiungere il posto di lavoro. La misura, giunta senza preavviso, aveva reso impossibile garantire l’apertura regolare degli istituti.

La chiusura, decisa insieme alle famiglie e ai rappresentanti dei genitori, è durata solo poche ore: nel corso della stessa giornata sono arrivati i permessi attesi, anche se alcuni con validità limitata nel tempo. Sulle cause del disguido restano versioni diverse, tra chi parla di un problema mai esistito, chi attribuisce il risultato alla protesta e chi si limita a citare ritardi tecnici.

Anche le scuole della Custodia di Terra Santa e l’istituto armeno Sts. Tarkmanchatz, per decisione del Patriarcato armeno, avevano aderito allo stop, sospendendo le lezioni in segno di solidarietà.

Non è la prima volta che accade: già lo scorso gennaio le dodici scuole cristiane della città erano rimaste chiuse dopo la revoca dei permessi a 171 insegnanti, con ripercussioni su circa 10mila alunni.

Una pressione più ampia sul sistema educativo

Le difficoltà legate ai permessi si inseriscono in un contesto più ampio: secondo il quotidiano Haaretz, da quest’anno le nuove classi di prima elementare e seconda media delle scuole pubbliche di Gerusalemme Est adotteranno il programma israeliano anziché quello palestinese. Oltre 45mila alunni su 120mila seguono ormai questo percorso, contro i meno di 13mila di sei anni fa — una crescita legata sia alla domanda di alcune famiglie sia agli incentivi economici israeliani per le scuole che aprono sezioni di preparazione al bagrut, il diploma che facilita l’accesso a università e lavoro in Israele. Le famiglie si trovano così davanti a una scelta delicata tra la conservazione dell’identità culturale palestinese e le opportunità offerte dal sistema israeliano.

Un valore che va oltre la scuola
Proviamo ad immaginare la scena: Pietro si avvicina a Gesù con l’aria di chi ha fatto bene i conti. Ha già alzato l’asticella dell’impegno ben oltre il dovere comune — per i rabbini del tempo bastava perdonare tre volte, lui arriva a sette — e adesso aspetta una pacca sulla spalla. Ma il Maestro ribalta completamente il tavolo e sposta il limite all’infinito: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».

Quante volte nei nostri rapporti quotidiani usiamo la calcolatrice? In famiglia, al lavoro o tra amici, teniamo un registro invisibile delle offese ricevute e dei passi fatti verso l’altro. Sotto sotto pensiamo: “L’ho già perdonato tre volte, adesso basta”, oppure “Toccherebbe a lui fare il primo passo”. Trasformiamo la vita di tutti i giorni in un bilancio contabile dove la priorità è non andare in perdita.

La parabola del servo spietato che segue nel Vangelo (Mt 18,21-35) ci mette davanti a una verità disarmante: quell’uomo ha appena ricevuto il condono di un debito incalcolabile, un’infinita tonnellata di misericordia, e un secondo dopo stringe al collo un suo pari per pochi spiccioli. Ci riconosciamo in questo corto circuito? Sull’altare chiediamo e riceviamo il perdono di Dio a piene mani, ma poi, nell’androne di casa o in ufficio, diventiamo contabili inflessibili.

Il perdono cristiano non è un atto di debolezza, un far finta di niente o un lasciarsi calpestare. È la scelta coraggiosa di spezzare la catena del rancore per non rimanere prigionieri del male ricevuto. Non perdoniamo perché l’altro se lo merita, ma perché noi per primi siamo stati amati e perdonati a fondo perduto.

Proviamo, in questa settimana, a cancellare una riga dal nostro registro dei crediti. Rendiamo la libertà a qualcuno e, soprattutto, a noi stessi: perché chi vive con la calcolatrice in mano s’incattivisce, ma chi sceglie di perdonare impara finalmente a respirare.

Enrico Albertini
ReteSicomoro.it

Ecco, è quel “lasciar andare” che mi piace. Lasciar andare l’altro che mi ha ferito, che ha cercato di imbrogliarmi, che mi ha tradito, è come il restituirgli la libertà e restituirla anche a me, che sono stato deluso e me ne sto lì a covare il mio rancore.

Lo vediamo sempre così quell’altro, come se la sua colpa fosse diventata la sua unica identità, la sua faccia definitiva, l’irrevocabile sua forma. Saper riconoscere che invece l’altro non è “solo” il male fatto, non è “tutto” il suo errore, vuol dire riconoscergli la possibilità di essere più grande, di essere “di più” di quell’errore.

Significa in fondo non imprigionarlo nella gabbia della sua colpa. E significa anche permettermi di uscire da quella gabbia in cui non faccio altro che nutrire la mia vendetta, di raccontarmi all’infinito la storia del torto subìto, di smettere di alimentare quella ferita. In fondo di restare nel passato, lasciando che il rancore, la rabbia, il dolore induriscano il mio volto e il mio cuore. Ecco, posso scegliere ciò che il passato diventerà dentro di me, il peso che avrà sulla mia vita futura.

Pietro chiede un numero, Gesù gli risponde che è ora di smetterla di fare i conti, spacca in mille pezzi le nostre calcolatrici, butta all’aria la puntigliosa contabilità in cui siamo bravissimi.

Don Luigi Verdi

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«Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?», domanda Pietro a Gesù nel passo del Vangelo di Matteo 18, 21-35, e la risposta è chiara e memorabile: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Il che significa semplicemente, scandalosamente, che dobbiamo perdonare sempre.

È un messaggio fondamentale, ci ricorda che non dobbiamo mai allontanare il fratello, l’amico, il compagno, lo sconosciuto, nessuno, perché la legge dell’amore non concepisce giudizi e condanne. Ma ci ricorda anche che trattenere dentro il cuore un rancore perenne, un astio incancellabile e un desiderio di rivalsa ci fa solo male.

Quante volte abbiamo visto persone incapaci di dimenticare un torto subito, di perdonare, cancellare e andare oltre. Quel sentimento scuro diventa un tormento per chi lo prova, è un’infelicità che rende la vita peggiore. Attorno a noi sono crollate lunghe e affettuose amicizie per un’incomprensione, per una disattenzione, forse anche per un comportamento sbagliato. Nella vita purtroppo accade.

Basterebbe allora parlare con l’amico, cercare di capire cosa è successo, perché, e ripartire dal perdono e dal sorriso. Invece evitiamo quel confronto chiarificatore e lasciamo che il grumo si trasformi in fretta in un risentimento doloroso, in una distanza dove soffia un vento invisibile e devastante. Dove non c’è perdono, c’è solo sofferenza, da entrambe le parti.

Marco Lodoli

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