Gerusalemme: riaprono le scuole cristiane dopo la tensione sui permessi

Oltre 70 insegnanti palestinesi senza autorizzazione d’ingresso avevano bloccato l’avvio dell’anno scolastico.

Il 1° settembre 2026 le scuole cristiane di Gerusalemme non hanno aperto le porte agli studenti per protesta: più di 70 tra docenti e personale amministrativo, tutti residenti in Cisgiordania, non avevano ricevuto il rinnovo del permesso necessario per entrare in Israele e raggiungere il posto di lavoro. La misura, giunta senza preavviso, aveva reso impossibile garantire l’apertura regolare degli istituti.

La chiusura, decisa insieme alle famiglie e ai rappresentanti dei genitori, è durata solo poche ore: nel corso della stessa giornata sono arrivati i permessi attesi, anche se alcuni con validità limitata nel tempo. Sulle cause del disguido restano versioni diverse, tra chi parla di un problema mai esistito, chi attribuisce il risultato alla protesta e chi si limita a citare ritardi tecnici.

Anche le scuole della Custodia di Terra Santa e l’istituto armeno Sts. Tarkmanchatz, per decisione del Patriarcato armeno, avevano aderito allo stop, sospendendo le lezioni in segno di solidarietà.

Non è la prima volta che accade: già lo scorso gennaio le dodici scuole cristiane della città erano rimaste chiuse dopo la revoca dei permessi a 171 insegnanti, con ripercussioni su circa 10mila alunni.

Una pressione più ampia sul sistema educativo

Le difficoltà legate ai permessi si inseriscono in un contesto più ampio: secondo il quotidiano Haaretz, da quest’anno le nuove classi di prima elementare e seconda media delle scuole pubbliche di Gerusalemme Est adotteranno il programma israeliano anziché quello palestinese. Oltre 45mila alunni su 120mila seguono ormai questo percorso, contro i meno di 13mila di sei anni fa — una crescita legata sia alla domanda di alcune famiglie sia agli incentivi economici israeliani per le scuole che aprono sezioni di preparazione al bagrut, il diploma che facilita l’accesso a università e lavoro in Israele. Le famiglie si trovano così davanti a una scelta delicata tra la conservazione dell’identità culturale palestinese e le opportunità offerte dal sistema israeliano.

Un valore che va oltre la scuola

Per le Chiese di Terra Santa la vicenda non riguarda solo l’organizzazione scolastica. Le scuole cristiane accolgono da sempre alunni cristiani e musulmani, educandoli alla convivenza e al dialogo. Il Patriarcato latino le ha definite pietra angolare della presenza cristiana nella regione, mentre il cardinale Pierbattista Pizzaballa, in una recente lettera pastorale, le ha descritte come uno dei doni più preziosi offerti dalla Chiesa a questa terra, frequentate nel tempo da generazioni di cristiani, musulmani ed ebrei.

Lo stesso patriarca ha collegato le difficoltà sui permessi al rischio concreto di indebolire l’identità cristiana degli istituti, sottolineando come il conflitto politico si ripercuota direttamente sulla vita della Chiesa locale. Già lo scorso gennaio, suor Lucy Jadallah aveva ricordato il ruolo di queste scuole come veicolo di pace, rispetto e reciproca accettazione, auspicando che tale messaggio trovi accoglienza anche dall’altra parte.

Tratto da: Terrasanta.net