Come l’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV invita le comunità cristiane a ripensare l’intelligenza artificiale.
Come l’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV invita le comunità cristiane a ripensare l’intelligenza artificiale.
Con la prima enciclica dedicata all’intelligenza artificiale, papa Leone XIV si inserisce in un solco tracciato oltre un secolo fa da Leone XIII con la Rerum novarum: allora le “cose nuove” erano la rivoluzione industriale, oggi sono i sistemi digitali che stanno trasformando il lavoro, la conoscenza e le relazioni umane.
Un punto di partenza chiaro
Il documento pontificio ribadisce un principio fondamentale: non esiste una vera intelligenza al di fuori di quella umana. Le macchine elaborano ciò che l’uomo fornisce loro, e i risultati che producono portano sempre l’impronta culturale di chi le ha progettate, con i relativi limiti e condizionamenti. L’apparente neutralità di questi strumenti, ricorda il pontefice, è un’illusione da non sottovalutare.
Le questioni aperte
L’enciclica tocca diversi nodi critici legati all’uso di queste tecnologie:
• L’uso bellico dei sistemi intelligenti, con un richiamo esplicito alla necessità di sottrarre l’IA dalle logiche di guerra, in un contesto segnato da conflitti come quello in corso a Gaza.
• L’impatto sul lavoro umano, destinato secondo il testo a subire trasformazioni profonde con la diffusione di questi strumenti.
• Il costo ambientale, in particolare il consumo idrico ed energetico dei centri di elaborazione dati, che pesa su un pianeta già segnato dalla crisi climatica. Il papa invita a sviluppare soluzioni più sostenibili per custodire quella che definisce la “Casa comune”.
La vera posta in gioco
Il cuore del documento non è un giudizio sulla tecnologia in sé, ma una domanda sui fini che la orientano. Per illustrarla, il pontefice richiama due immagini bibliche contrapposte: Babele, simbolo di un potere accentrato attorno a un’unica lingua e a un’unica logica; e Gerusalemme ricostruita dopo l’esilio, dove il profeta Neemia distribuisce a ogni famiglia una porzione di muro da restaurare, fondando la rinascita della città sulla responsabilità condivisa.
Da questa contrapposizione nasce l’interrogativo centrale dell’enciclica: la scelta non riguarda l’accettazione o il rifiuto della tecnologia, ma la scelta tra due modelli di potere. Da un lato la concentrazione di ricchezza e controllo nelle mani di pochi grandi attori economici globali; dall’altro un’applicazione del principio della destinazione universale dei beni anche a brevetti, algoritmi e dati, affinché non restino appannaggio di pochi, alimentando nuove disuguaglianze.
L’invito che l’enciclica rivolge alle comunità ecclesiali è dunque quello di lavorare, ciascuna per la propria parte, alla costruzione di un modello alternativo a Babele: una condivisione responsabile della conoscenza come antidoto alla concentrazione del potere.
Tratto da: Nigrizia.it