Un vescovo racconta la depressione: la fede come sostegno, non come scudo

“Monsignor James Conley (Lincoln, Nebraska) condivide la propria esperienza di burnout e invita il clero a non nascondere la fragilità”

Un vescovo racconta la depressione: la fede come sostegno, non come scudo

“Monsignor James Conley (Lincoln, Nebraska) condivide la propria esperienza di burnout e invita il clero a non nascondere la fragilità”

Il tema della salute mentale dei sacerdoti torna periodicamente all’attenzione pubblica in occasione di episodi drammatici, come recenti casi di suicidio nel clero italiano, per poi essere presto dimenticato. Una voce che ha scelto di affrontare l’argomento apertamente è quella del vescovo di Lincoln, James Conley, che nel 2019 ha ottenuto dalla Santa Sede un periodo di aspettativa per curare un disturbo d’ansia generalizzato e una depressione maggiore, riprendendo la guida della diocesi l’anno successivo. Nel 2024 ha reso pubblica la propria vicenda in una lettera pastorale dedicata al tema.

Le origini della crisi. Conley racconta di essere cresciuto in una famiglia serena, senza precedenti di disagio psichico. La svolta arriva nel 2018, quando lo scandalo dell’ex cardinale Theodore McCarrick, la pubblicazione del rapporto sugli abusi nel clero della Pennsylvania e l’apertura di un’indagine sulle diocesi del Nebraska si intrecciano con la necessità, per il vescovo stesso, di allontanare alcuni sacerdoti per condotte scorrette. Il presule osserva come questo tipo di pressione sia comune a molti preti, che tendono a sentirsi personalmente responsabili di “rimettere ordine” quando la Chiesa attraversa uno scandalo, invece di affidare il peso della situazione a Dio.

I segnali del disagio.

Il primo sintomo descritto è l’insonnia, seguita da acufeni e da un’ansia crescente. In quel periodo si sommano altre difficoltà familiari e personali, tra cui una diagnosi oncologica nella sua famiglia e la morte di un sacerdote della diocesi per problemi legati all’alcol. È la sorella minore, notando il suo aspetto provato, a spingerlo a confidarsi e a cercare aiuto professionale. Conley descrive con chiarezza il meccanismo per cui l’ansia sfocia in depressione: la sensazione di non farcela più, la perdita di gioia ed energia, il desiderio che tutto finisca. Pur non avendo mai avuto pensieri suicidi, ammette di aver chiesto a Dio di essere sollevato da quella condizione, e per questo dichiara di comprendere come alcuni confratelli possano arrivare a considerare il suicidio.

Il percorso di cura.

Determinante è stato l’incontro con uno psicoterapeuta cattolico, capace di unire competenza clinica e sensibilità di fede, che lo ha aiutato a comprendere di non poter sostenere gli altri se prima non si prende cura di sé. Solo dopo l’insistenza della sorella e il sostegno del nunzio apostolico, che lo invita semplicemente a dire la verità sulle proprie condizioni, il vescovo chiede formalmente il periodo di aspettativa. L’accoglienza positiva ricevuta dalla comunità, insieme alla notizia del suicidio di un sacerdote di un’altra diocesi passato inosservato a tutti, rafforzano in lui la convinzione che parlarne apertamente, anche con una sola persona di fiducia, sia essenziale per intercettare per tempo situazioni di sofferenza.

Le “ancore” quotidiane.

Tre pratiche restano centrali nel suo percorso di stabilità spirituale: la Messa, il Rosario e la Liturgia delle Ore, vissute anche nei momenti di aridità interiore. Vi si affianca la devozione alla Novena dell’abbandono di don Dolindo Ruotolo. Il vescovo sottolinea come la dimensione psicologica e quella spirituale, pur distinte, si completino a vicenda, e come anche la cura del corpo e della vita naturale — camminate, tempo all’aperto, la compagnia di un cane, l’apicoltura — contribuisca all’equilibrio complessivo della persona.

Un monito sul digitale.

Conley invita alla prudenza nell’uso di smartphone e social media, strumenti utili ma capaci di generare un sovraccarico informativo continuo, specie quando diventano fonte primaria dell’identità personale, con rischi particolari per i più giovani. Suggerisce pratiche concrete come evitare di tenere il telefono in camera da letto e ritagliare spazi domestici liberi da dispositivi, dedicati alla relazione diretta.

Realtà e sacramento.

Chiude con una riflessione sul valore del contatto con la realtà fisica — la natura, il mare, un tramonto — come antidoto a una vita eccessivamente virtuale, e sull’importanza dei sacramenti come segni concreti e non riproducibili a distanza. In questa prospettiva, anche le api, con il loro lavoro silenzioso e la loro capacità di produrre qualcosa di buono per altri, diventano per lui immagine del dono di sé e, in senso lato, piccolo segno della grazia di Dio.

Tratto da Avvenire.it